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Questo è un blog sul cinema, ma non è un blog di critica cinematografica. E' il cinema visto da spettatori che nei film che amano sono entrati a piè pari perché quei film, in quei giorni particolari in cui li hanno visti per la prima volta, hanno detto loro qualcosa che volevano sentirsi dire, magari senza saperlo. Non sono più film, sono amici, per questo non si stancano di rivederli, proprio come si fa con gli amici veri - e con le amiche, ça va sans dire.
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I libri nel cinema: Il partigiano Johnny 18 May 2010 4:05 AM (14 years ago)



Il partigiano Johnny, di Guido Chiesa (2000), dal romanza di Beppe Fenoglio. Sceneggiatura di Guido Chiesa e Antonio Leotti. Con Andrea Prodan (Pierre), Stefano Dionisi (Johnny), Claudio Amendola (Nord), Alberto Gimignani (Il biondo), Fabrizio Gifuni (Ettore),Giuseppe Cederna (Nemega), Umberto Orsini, Chiara Muti, Barbara Lerici. Rating IMDb 6,6.

Aurelio Tagliabue

A trent’anni dalla sua pubblicazione "Il partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio diventò nel 2000 un film per la regia di Guido Chiesa, che con Antonio Leotti ne firmò anche la sceneggiatura. Per la prima volta un romanzo dello scrittore piemontese veniva trasportato sullo schermo; in precedenza c’erano state solo due riduzioni per la televisione: “La paga del sabato” di Sandro Bolchi e “Una questione privata” di Alberto Negrin. Tra i motivi che contribuirono a ritardare questo esordio c’è stata anche la resistenza di Margherita, la figlia dello scrittore, che fino ad allora non aveva acconsentito ad una trasposizione filmica de “Il partigiano Johnny”; ma Guido Chiesa, che per Raitre aveva realizzato nel 1998 il documentario su Fenoglio “Una questione privata”, riuscì nell’impresa di strapparle un consenso. La delicatezza dell’argomento e l’originalità con cui veniva affrontato ponevano un altro ipotetico ostacolo. Sappiamo come la resistenza sia una tematica capace di suscitare dibattiti viziati da schematismi ed ideologismi, ma finalmente si è riusciti a dare il giusto risalto ad un'opera, che della guerra partigiana dà un'immagine decisamente antiretorica e disincantata. In questo senso possiamo subito affermare che il film di Chiesa si dimostra qualitativamente al di sopra delle prove che in quegli anni il cinema italiano aveva fornito su questa tematica, sia perché la vicenda narrata, pur nella sua dimensione quasi autobiografica, diventa

emblematica di un momento storico e civile determinante per più di una generazione; sia perché l'avventura personale del protagonista non ci impedisce mai di allargare lo sguardo all'ambiente, alla gente, al mondo che lo circonda e che questa guerra stava coinvolgendo in una condizione di estrema sofferenza. Quanto di ciò sia merito di Fenoglio e quanto degli sceneggiatori non ci interessa stabilirlo: sarebbe un arido esercizio retorico, visto il rispetto che il film mostra nei confronti dell'opera letteraria. Lo stile anticonvenzionale del romanzo e la sua dimensione quasi autobiografica non hanno impedito di realizzare una trasposizione che si rivela convincente: "All'inizio qualche soggezione è stata inevitabile, ma il fatto

che "Il partigiano Johnny" sia in realtà un romanzo incompiuto, nato dall'arbitraria unione di due diverse stesure e pubblicato da Einaudi dopo la morte dell'autore, ha aiutato lo sceneggiatore Antonio Leotti e me a considerarlo non un testo chiuso e immodificabile, bensì una traccia narrativa su cui lavorare liberamente. La fase di scrittura si è rivelata assai semplice ed anche la struttura narrativa, una volta scalettata, si è immediatamente mostrata chiarissima". Sui titoli di testa scorrono immagini di cinegiornali d’epoca, accompagnate da contemporanei messaggi radiofonici, ma sia la visione che l’ascolto vengono bruscamente interrotti: i documenti ufficiali sono ridotti a frammenti, per lasciare spazio ad un altro tipo di testimonianza, tanto meno ufficiale quanto più carica di umanità. Forse con un po’ di orgoglio e certo per omaggiare lo scrittore, la pellicola inizia e termina palesando la volontà di mantenersi fedele al romanzo. La frase d'apertura "Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare" diventa un primo piano del protagonista che sbircia da dietro una persiana l'arrivo del padre (subito mostrato in soggettiva tra i filari della collina), quella di chiusura "Due mesi dopo la guerra era finita" addirittura una didascalia.

Quella di Johnny è una presenza inevitabilmente costante in tutto il film, lo sguardo dello spettatore si identifica con il suo, anche quando non coincidono i punti di vista, cioè quando non ci sono inquadrature in soggettiva. La coscienza di Johnny filtra la visione degli accadimenti, materializzandosi talvolta in una voce fuori campo, oppure, in una sola sequenza, in una serie di rumori assordanti di arma da fuoco, che lo portano ad un momento di abbandono. Anche alcuni altri personaggi ci sono presentati secondo la prospettiva di Johnny: l'ammirazione per il tenente Biondo è espressa dalla voce off, quella per il comandante Nord dalla imponenza fisica esaltata nella prima messa in inquadratura in soggettiva parziale. Il romanzo è però narrato in terza persona ed anche nel film a tratti si realizza uno scarto minimo, tra ciò che mostra la macchina da presa e ciò che può vedere il protagonista; si tratta comunque di immagini brevissime, che, ad esempio, consentono allo spettatore di vedere una colonna di repubblichini o di tedeschi immediatamente prima che anche Johnny la possa scorgere. Il risultato è un accrescimento della tensione nello spettatore, che non riesce comunque ad assumere una consapevolezza superiore a quella del personaggio. In una sola sequenza registriamo l’assenza di Johhny e del suo sguardo: quella in cui da una colonna di renitenti catturati dai tedeschi, fugge un ragazzo che viene ucciso da una raffica di mitra. Scopriremo poi che si tratta di una compagno di scuola del protagonista. Nel romanzo, nel quale il punto di vista del narratore coincide con quello del protagonista, questo episodio non poteva esserci. Il regista ha parlato di questa sequenza come di un piccolo tradimento, necessario per spiegare la condizione in cui si trovavano i coetanei di Johnny e di come a loro si imponeva una scelta.

Ma come si è detto in precedenza, ambienti e personaggi secondari sono una presenza importante e mai superficiale. Il film è stato volutamente girato nei luoghi reali in cui la vicenda è ambientata, paesaggi campestri e sfondi cittadini assumono un forte rilievo come scenari di lotta, gli elementi naturali possono nascondere insidie o dare protezione fino a salvare la vita, i partigiani vivono a contatto fisico di torrenti, colline, boschi, sempre più lontani dalle comodità cittadine, compiacendosi per l'agiatezza che può offrire una cascina o una stalla. Sono nettamente separati dal vivere civile, sprofondati in una dimensione atemporale: non ci sono feste, ricorrenze o scadenze settimanali, il trascorrere del tempo è segnato dal passaggio delle stagioni, evidenziato da didascalie o dalla alternata presenza di foglie secche, neve, colori primaverili. La lotta partigiana è stata anche gelo, fame, noia; alcune immagini dai colori freddi e dalla fotografia sgranata riescono a farci percepire questo disagio. Così come è facile percepire la sofferenza dei contadini, vittime dignitose della guerra, ma anche delle requisizioni dei partigiani comunisti. Li vediamo chiusi in buie ma ospitali cascine, o colti nelle loro antiche occupazioni, divisi tra la volontà di aiutare i partigiani, non per ideologia ma per umanità, ed il timore delle rappresaglie. Significativa a questo proposito è la sequenza in cui uno di loro denuncia a Johnny, verso il quale prova soggezione (Johnny è un cittadino istruito) la presenza di una spia che si finge commerciante di pellami. Chiesa ha scelto i loro volti con l'atteggiamento di chi non sottovaluta i dettagli ed ha operato la giusta scelta di farli parlare per lo più nel dialetto locale.

Eppure siamo lontani da un'impostazione neorealista: a tratti si impone la coscienza di Johnny, con la voce fuori campo che parla in inglese, restituendoci così l'aspetto più originale del romanzo. Poche frasi, ma significative, sopra tutte le altre "I'm in the wrong sector of the right side". Il protagonista si sente sempre più distante dal suo passato: il libro che stava traducendo è diventato un insieme di fogli stropicciati e la sua scelta non consente il ritorno. La macchina da presa indugia su volti e paesaggi, o si agita, portata a spalla, nelle sequenze di battaglia, ricordandoci che "Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere uno o fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata".
Resta da dire che il film alla sua uscita fu fortemente penalizzato da un'assurda distribuzione, che ne rese difficoltosa la visione. Non sappiamo perché ciò sia avvenuto e perché il buon cinema italiano debba spesso subire questo trattamento, ma forse Guido Chiesa qualche sospetto l'aveva: "Ma sono consapevole che ormai i pericoli maggiori per i film italiani si vivono dopo le riprese, al momento dell'uscita. Mi pare che non esistano più regole, che il successo o l'insuccesso di un film sia determinato dalla fortuna del momento. Per questo ritengo essenziale trovare una distribuzione motivata, disposta a difendere il film, a consentire la realizzazione di quel passaparola indispensabile a lanciare i prodotti culturalmente e spettacolarmente più impegnativi".

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Se passi di qui, fermati un istante e leggi 12 May 2010 5:07 AM (14 years ago)







Tu che passi su questo blog, ti chiederai forse come mai si sia interrotto il 4 marzo 2010. O forse non te lo stai chiedendo: la rete è piena di blog che di punto in bianco s'interrompono, senza avviso alcuno. In genere sono stati abbandonati per stanchezza, delusione o demotivazione. Non è il caso di questo blog che, finché è durato, è stato energico e costante come il suo fondatore, nonché principale redattore.

Il fatto è che Primo Casalini, nick Solimano, è stato male, è stato ricoverato ed è morto. Questo è il motivo per cui il blog s'interrompe senza spegnersi, nel pieno del suo svolgersi, con uno strappo simile a quello che s'è portato via Primo.

Se non conoscevi Primo, ti consiglio di fare una passeggiata in questo suo orto di scrittura, quello a cui forse teneva di più, tra i tanti a cui partecipava. O forse, quello che meglio lo rappresenta, perché lo rappresenta involontariamente. Sarà una passeggiata piacevole e interessante, a tratti allegra, a tratti meditabonda. Primo era un uomo completo e questo si riflette anche nelle sue recensioni di film, come del resto in tutte le cose che faceva e diceva.

Primo aveva chiamato altri a partecipare; aveva tirato su una squadra di collaboratori forse irregolare, ma affiatata (posso dirlo, perché le mie collaborazioni erano così rade, che posso giudicare le cose dall'esterno, obiettivamente). Alla fine, però, era lui quello che teneva in piedi il blog, e che scriveva più di tutti.

Primo lascia una moglie e un figlio.



Sono infiniti i temi su cui Primo rifletteva. Tra tutti isolerei:
l'amore, il dovere di agire, la vita di ogni comunità umana, l'arte e il suo rapporto con la realtà delle persone. Tra i film che sia lui che io amavamo ci sono quelli di Bresson, uno in particolare:

Un condannato a morte è fuggito.
E' quello che mi viene in mente adesso, chissà perché (ma non importa: stiamo parlando di Primo, non di me). Qui sotto riporto alcune foto che Primo aveva messo nella sua recensione e alcune frasi di quella recensione, che puoi comunque leggere completa al link che ti ho dato.

In quelle frasi Primo descrive la tenacia con cui Fontaine prepara la sua fuga dal carcere, senza mai perdere di vista l'obiettivo, qualsiasi cosa stia accadendo. Parlava del personaggio di un film, ma anche del modella di vita a cui cercava di conformarsi.





"Fontaine è determinato, ha una forza interiore che lo sostiene, perché altrimenti sarebbe facile lasciarsi andare. Lui lo sa benissimo, ma è costretto ad esitare prima di decidere, perché i problemi sono due. Può fidarsi, delle persone con cui viene in contatto? E le azioni che vuole intraprendere, hanno possibilità di riuscita? Nelle immagini si vede il foglio su cui scrive Fontaine e il modo che trova per comunicare col vecchio prigioniero, che ha una figlia che ogni tanto lo viene a trovare. In questo caso Fontaine ha deciso di fidarsi: gli va bene, ma non aveva nessuna altra alternativa."

"Fontaine è determinato, ma non è che inventi fantasiosamente un nuovo metodo per evadere. Con lucidità procede verso quello che dentro di sé sente di volere: evadere, salvare la sua vita. Quindi cerca di utilizzare le opportunità, specie un cucchiaio che diventa un coltello. E' molto di più il tempo che impiega a far sparire i residui del suo lavorìo che il vero e proprio lavoro sulla porta di legno della cella. Quindi, si potrebbe dire che il film è realistico, ed è del tutto vero. Solo che la quotidianità che usa Bresson ha in sé qualcosa che attraverso la quotidianità si esprime, ma non è la quotidianità. Non sto dicendo che la quotidianità è un mezzo, senza la quotidianità non c'è neppure il resto. Ma cos'è il resto? Con parola ormai oggi del tutto disusata, il resto è la Grazia. "Tutto è Grazia!" sono le ultime parole del curato di campagna di Georges Bernanos, che Bresson riprende nei suoi film. Non è un discorso di atei o credenti: l'esperienza della Grazia è trasversale alle religioni ed alle credenze. Credo che in qualche modo la sperimentiamo tutti, nella nostra vita. Nel film interviene -senza apparire, se no non sarebbe Grazia- almeno quattro volte."

"Quando, proprio alla vigilia del tentativo di evasione, mettono in cella con lui Jost (Charles Le Clainche) un ragazzo di sedici anni che indossa una giubba da tedesco. A Fontaine sembra crollare il mondo. Pensa che Jost sia una spia, ma infine si decide a coinvolgerlo nell'evasione. E si accorgerà che se non erano in due, l'evasione non sarebbe riuscita. Da solo era impossibile riuscirci. Inserisco ora delle immagini in sequenza cronologica sull'evasione, a partire dalla preparazione delle corde in cui si vedono sia le mani di Fontaine che quelle di Jost."

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I libri nel cinema: La donna della domenica (1) 4 Mar 2010 10:30 AM (15 years ago)

Jacqueline Bisset (Anna Carla) nel film "La donna della domenica"

La donna della domenica (1975) di Luigi Comencini Dal romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini Sceneggiatura di Agenore Incrocci e Furio Scarpelli Con Marcello Mastroianni (Commissario Santamaria), Jacqueline Bisset (Anna Carla Dosio), Jean-Louis Trintignant (Massimo Campi), Aldo Reggiani (Lello Riviera), Maria Teresa Albani (Virginia Tabusso), Omero Antonutti (Benito), Gigi Ballista (Vollero), Claudio Gora (Garrone), Franco Nebbia (Bonetto), Lina Volonghi (Ines Tabusso), Pino Caruso (De Palma) Fotografia: Luciano Tovoli Musica: Ennio Morricone (105 minuti) Rating IMDb: 6.7

Solimano

Il romanzo giallo "La donna della domenica" di Carlo Fruttero e Franco Lucentini fu pubblicato nel 1972 ed ottenne un grande successo (a mio avviso meritato, è tutt'altro che un libro di genere). Nel 1975, appena tre anni dopo, Luigi Comencini girò il film, naturalmente ambientato a Torino. Scriverò due post per la vista logica I libri nel cinema, cercando le corrispondenze fra le immagini del film ed il testo letterario.

LA GALLERIA VOLLERO
-Io, a Garrone,-disse duramente il signor Vollero,-non avevo affatto mandato l'invito; non so nemmeno dove abita. Ma una volta venuto, non potevo mica farlo buttare fuori da un gorilla? Questa è una galleria d'arte antica,-disse sottolineando antica,-non un night.
Dal gruppo di persone con le quali stava conversando accanto al cavalletto che reggeva un "Ratto d'Europa", il suo sguardo andò alle altre due sale della galleria, dove gli ultimi invitati (tutte persone civili e distinte) mormoravano educatamente le loro osservazioni sui quadri in mostra.
-Non esageriamo,-disse il critico d'arte.-A me Garrone in fondo è simpatico. Mi diverte.
-Ed è tutt'altro che uno stupido,-disse l'americanista Bonetto.- Ha una notevole apertura, per uno che non c'è mai mosso da Torino. L'anno scorso, qundo ho presentato al Teatro Tu quel gruppo californiano Plasticità e linfe...-fece una pausa, ma nessuno disse niente; alla galleria Vollero ci veniva notoriamente la Torino più sorda e retriva,-be', dopo lo spettacolo ci siamo ritrovati tutti a cena; Garrone era seduto vicino a me, e devo dire che mi ha fatto delle domande piuttosto pertinenti, piuttosto acute. Era realmente interessato.
-Non ne dubito,-disse il signor Vollero. Aveva soltanto una vaga nozione di che cosa fossero il Teatro Tu e i gruppi californiani, ma gli bastava il nome per associarli alla rivoluzione, alla pornografia e all'arte moderna in generale, che detestava prima come uomo e poi come mercante di quadri d'alta epoca. Guardò laggiù, nell'ultima sala, la "Leda col cigno" tardo-cinquecentesca, e si sentì ancora una volta ribollire al ricordo delle rivoltanti osservazioni che poco prima Garrone s'era permesso di fare sul soggetto. E per di più in presenza di due ottimi clienti con i quali le trattative per la tela erano già praticamente concluse. Si voltò all'ingegner Piacenza e signora (ma era lei che contava) con un sorriso di apprensione e di scusa.

Due immagini di episodi raccontati nel libro. Garrone (Claudio Gora) ha appena fatto un versaccio con la lingua fuori ad Anna Carla (Jacqueline Bisset), versaccio che ripete ogni volta che l'incontra (Anna Carla, per questo motivo, riterrà Garrone l'oscentità fatta persona). Garrone a passeggio per le strade di Torino non perde occasione per guardare ogni donna giovane che incontra.

GARRONE AL RISTORO MARIA VITTORIA
Duecentosettanta lire.
Da quando il Ristoro Maria Vittoria-all'angolo della via omonima con Via Bogino-esisteva, non era mai accaduto che l'architetto Garrone lasciasse una mancia così alta. Ma le mille e cinque erano lì, vicino al conto di 1.230, e la sedia era vuota.
-Avrà ereditato,-dicce la cameriera di Altopascio alla sua collega di Colle Val d'Elsa.
-O aveva fretta. Vedrai che quest'altra volta te li richiede.
-O mi chiede qualche altra cosa. Per duecentosettanta lire, è capace.
Dalla cassa all'estremità del bancone la padrona la richiamò con severità
-Non sono discorsi!-disse.
Per quanto economo e saltuario, l'architetto era pur sempre un cliente.
-Oh, e allora quelli che mi fa lui? Sono discorsi?-ribattè piccata Altopascio.
Colle Val d'Elsa ghignò:-Stasera però devi avergli dato spago. Rideva come una scimmia.
-Stasera rideva per fatti suoi. E' stata l'altra volta, invece, che stavo per sbattergli la fruttiera in testa. Aveva preso una banana e voleva sapere se al mio fidanzato...
-Ah!-gridò ridendo Colle Val d'Elsa.-La cosa della banana l'ha detta anche a me.

BOSTON O BAAAST'N?
-Anna Carla, non cambiare le carte in tavola.
-Non cambio niente. Ho ragione io. Mi hai messo in crisi per due giorni, ma adesso sono sicurissima. La pronuncia giusta è Baaast'n, e quindi ho fatto benissimo a dire Baaast'n, e lo dirò ancora ogni volta che si parlerà di Baaast'n, perché è corretto, logico e soprattutto mi viene naturale dire Baaast'n.
-Non far finta di non aver capito. Qualsiasi commesso d'abbigliamento, qualsiasi annunciatore della RAI, sa che si dice Baaast'n, è fiero di saperlo, e lo sfoggia tutte le volte che può. Ma tu.

MASSIMO E LELLO
-Ah, eri tu,-disse Lello aprendo.
Non si baciavano mai, quando lui arrivava o se ne andava. Fin dalle prime volte Lello gli aveva detto di no, che questo faceva troppo marito e meglie; e dato che loro due, per forza di cose, non lo erano, che senso aveva sottostare alla schiavitù di quelle piccole cerimonie? L'indipendenza, la libertà era anche fatta di piccole banalità evitate, di affettuose convenzioni prudentemente respinte. E adesso, nell'anticamera di quello che per Lello era "il mio studio", il contrappeso al grigio ufficio del Comune dove passava le sue giornate ("il mio lavoro"), adesso lui capiva quanto fosse stato saggio. Poteva stare tranquillo: un ragazzo così avrebbe preso bene qualsiasi cosa gli avesse detto.

DAL PARRUCCHIERE
-Ecco,-disse Gianni Tasso. Le diede un ultimo, leggerissimo colpetto ai capelli, poi tirò indietro le mani come da un formicaio.-Grazie,disse piano e senza calore.
Voce, pensò Anna Carla, voce. Poteva ben dirlo più forte, a chi gli pagava il viaggetto a Tahiti.
-E parte presto?-disse alzandosi.
-No,no ci vediamo ancora,-la rassicurò il parrucchiere.
-Ah, allora...
Diradare, pensò, diradare.
Pagò insieme alla signora Tabusso, e non potà evitare di scendere le scale insieme alla signora Tabusso e al suo cane. Una brutta giornata.
-Sono cose dell'altro mondo,-disse subito la signora Tabusso.
Era una di quelle donne che "dicono quello che pensano", cioè in pratica capace di raccontare a chiunque, in qualsiasi posto e a voce altissima, quel genere di cose che una preferirebbe non sapere: dalle varizioni stagionale dei suoi calli, alle abitudini sessuali del suo defunto marito, che appena fatto l'amore, gli veniva una fame tremenda e bisognava preparargli già prima sul tavolino un piatto di prosciutto cotto. Una donna spaventosa, anche da vedere.

PENSIERI DI ANNA CARLA
Non delizioso. Non favoloso. Non adorabile. E nemmeno affascinante. No. Mentre guardava il commissario Santamaria, che adesso stava parlando con Massimo, Anna Carla si rese conto che tutta quella maledetta aggettivazione iperbolica non serviva, con un uomo così, non c'entrava niente, stonava. Delicato, questo sì; perché poco prima, mentre Massimo, camminando su e giù per il terrazzo, le raccontava con effettacci gigioneschi e inutilissime pause alla Hitchcock, tutta la storia del Garrone, della lettera appallottolata, del fallo, della misteriosa bionda col borsone, lui, il Santamaria, era stato impeccabile: né occhiate intensamente scrutatrici (per vedere come lei reagiva) né arie di finta indifferenza (per farle credere che lei non era sospettata). Era rimasto sulla sua sedia di vimini a sentire con pazienza, ecco, con pazienza, le cavatine di Masimo, la traduzione in lingua cretina, diciamolo pure, di un fatto che per lui rappresentava evidentemente solo lavoro, fatica, dovere. Delicato e paziente. Aveva sorriso quando c'era da sorridere (e anche quando non c'era; pieno di tatto, dunque). Aveva chiarito e precisato qua e là; dunque aveva carattere, fermezza, non si lasciava portare a spasso da uno come Massimo, che per portare a spasso la gente... E alla fine le aveva detto una frase stupenda, assolutamente da nodo alla gola. Le aveva detto, allargando un po' le mani:-Ha visto, i casi della vita?
(continua)

Jacqueline Bisset (Anna Carla) nel film "La donna della domenica"

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Visitatori di febbraio 2010 1 Mar 2010 9:15 AM (15 years ago)

Nastassja Kinski in "Tess" (1979) di Roman Polanski

Solimano

I numeri del blog sono buoni, come negli ultimi mesi, ma questo post sui Visitatori di febbraio 2010 è diverso da quelli precedenti. Tratta una realtà che toccano con mano tutti i blog con tanti post in archivio: la classe degli asini. In questo blog, ad oggi, ci sono 1239 post, e come ci sono quelli molto visitati, così ci sono quelli visitati poco, pochissimo. E' bene che il blogghiere lo sappia (e che un po' ci patisca). Gli asini certamente non sono i film, magari sono i post e chi li scrive. Quindi, esco da considerazioni asinine: non spiegano tutto e forse ci vado di mezzo io. Però, oltre a guardare le gratificanti prime pagine delle statistiche, continuerò a guardare anche le ultime, a volte desolanti. In questo modo ho trovato questi dodici post che nel mese di febbraio hanno avuto solo una richiesta per pagina in tutto il mese. Ce ne sono più di dodici, ma ho preferito scegliere post tutti scritti da me: mea culpa mea culpa mea maxima culpa.

"La bruttina stagionata" (1996) di Anna Di Francisca

Questo è un grazioso film quasi sconosciuto, e le immagini in rete sono pochissime. Inoltre, come per quasi tutti i film della classe degli asini, il post è stato scritto nei primi tempi del blog, quando avevo meno esperienza nella ricerca delle immagini e - soprattutto - quando Google non dava ad AEP (Abbracci e pop corn) la visibilità odierna, perché il numero delle visite non era elevato.

"Chi ha paura di Virginia Woolf?" (1966) di Mike Nichols

Un film importante, ma poco conosciuto. Forse la migliore interpretazione della coppia Elizabeth Taylor - Richard Burton. Conta più il testo teatrale di Albee che la regia di Nichols.

"La congiura degli innocenti" (1955) di Alfred Hitchcock

Un film giallo per modo di dire: è più un film umoristico, ambientato in una spendida campagna inglese. Una delle primissime interpretazioni di Shirley MacLaine.

"Le invasioni barbariche" (2003) di Denys Arcand

Uno strano caso. Su "Le invasioni barbariche" ho scritto due post, l'altro è molto visitato. Ma ho capito i motivi, collegati alle immagini ed agli argomenti.

"La lettrice" (1988) di Michel Deville

Ottimo film, interpretato da Miou-Miou e che si svolge nella splendida località di Arles. Ma allora avevo poche immagini e piccole, non come queste.

"Relazioni pericolose" (1960) di Roger Vadim

I due ruoli principali sono di Gérard Philipe e di Jeanne Moreau, ciò malgrado, il film è quasi dimenticato. Vent'anni dopo, i film di Forman e di Frears hanno attirato l'attenzione della critica e del pubblico. Però stanno arrivando al film di Vadim delle belle immagini in rete... Potrei decidere di scrivere un altro post. Choderlos de Laclos è fra gli scrittori che preferisco.

"Mignon è partita" (1988) di Francesca Archibugi

Il film di Francesca Archibugi è altalenante: ci sono anche mesi di buone visite. Potrei fare una evidenza per un periodo molto più lungo di un mese... allora dagli asini si passerebbe agli asinissimi... meglio non farla...

"Lola" (1981) di Rainer Werner Fassbinder

Questo non me lo aspettavo. Il film è tra i migliori di Fassbinder e Barbara Sukowa è perfetta nella parte di Lola. Può accadere che un post non venga visitato e poi, per qualche motivo, arrivino finalmente le visite. Succede di tutto, in rete.

"Lolita" (1962) di Stanley Kubrick

Un film inflazionato di post. Tutti scrivono post su Lolita di Kubrick. La conseguenza è che i retaioli si trovano di fronte una scelta vastissima di siti e di blog. Mi è successo anche per altri film molto noti, su cui avevo delle aspettative. Ma siamo in tanti, troppi. Quando ho capito, ne ho tenuto conto nelle scelte.

"Madame Bovary" (1991) di Claude Chabrol

Eppure, su questo film non mollerò. Vorrei scrivere un post o due per la vista logica "I libri nel cinema". Il film di Chabrol è scandito in modo tale che si presta molto, ad illustrare Flaubert.

"Notre-Dame de Paris" (1956) di Jean Delannoy

Tanti, a visitare il Ritratto di signora di Gina Lollobrigida basato sul film "La provinciale" di Mario Soldati. Pochissimi, per ora, la cercano come Esmeralda.

"Tess" (1979) di Roman Polanski

Anche qui, può darsi che scriva un altro post o due, perché il film lo merita. Evidentemente, la presenza di Nastassja Kinski ha affollato la rete di post e i visitatori hanno larga scelta. In questi casi, o non si scrive, o si punta su un argomento specifico (il libro, il paesaggio etc).

Shirley MacLaine in "La congiura degli innocenti" (1955)
di Alfred Hitchcock

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Ritratti di signore: Elsa Martinelli 27 Feb 2010 2:15 AM (15 years ago)

Elsa Martinelli nel film "La risaia" (1956)

La risaia di Raffaello Matarazzo (1956) Sceneggiatura di Aldo De Benedetti, Ennio De Concini, Carlo Musso Con Elsa Martinelli (Elena), Folco Lulli (Pietro), Michel Auclair (Mario), Rik Battaglia (Gianni), Vivi Gioi (la madre di Elena), Lilla Brignone (la moglie di Pietro), Gianni Santuccio (l'avvocato), Susanne Lévesy, Liliana Gerace, Edith Jost, Bianca Maria Fabbri, Emilia Ristori Musica: Angelo Francesco Lavagnino, Fotografia: Luciano Trasatti (90 minuti) Rating IMDb: 5.9

Solimano

Avvertenza preliminare. E' sempre bene ampliare le immagini, per questo film è quasi essenziale, se si vogliono cogliere aspetti di personaggi, di gruppi, di lavori e paesaggi che altrimenti potrebbero sfuggire. Il film va guardato come se fosse un coinvolgente fotoromanzo, un meraviglioso fumetto.
Nel 1949 Giuseppe De Santis aveva girato "Riso amaro" nella Tenuta Veneria in provincia di Vercelli. Sette anni dopo, nel 1956, Raffaello Matarazzo, che ormai si avvia alla fine della sua carriera, gira "La risaia" nella Cascina Graziosa, fra Casalino e Cameriano, in provincia di Novara. Oggi il film di De Santis è universalmente noto, quello di Matarazzo pressoché ignorato. A questo film dedicherò alcuni post, perché lo merita per diversi motivi.
E' meglio guardare il film a sé stante, come se non ci fosse stato "Riso amaro". E' tutt'altro che un remake, per utilizzare la terminologia oggi abituale. "La risaia" non ottenne un successo paragonabile a quello di alcuni precedenti film di Matarazzo (Catene, Tormento, I figli di nessuno, Chi è senza peccato), ma ebbe comunque un buon pubblico. Un film a suo modo grandioso come paesaggi, come risonanti - quasi epiche - musiche di Lavagnino, come modalità di riprese tecniche, come masse (oltre cinquecento mondine!).
Ed Elsa Martinelli? Anche qui, il confronto con Silvana Mangano serve a poco e le caratteristiche del personaggio sono diverse: l'aspetto fisico aiuta, sia la Mangano che la Martinelli sembrano costruite apposta per i loro due personaggi. Sarebbe impensabile che se li scambiassero, ed è una lode per i registi e per le interpreti.

Le mondine arrivano. Hanno davanti quaranta giorni di duro lavoro. Scendono dal carro che le ha trasportate e fra di loro c'è Elena Forti (Elsa Martinelli), che ha un aspetto diverso dalle altre. Si scoprirà durante il film che ha studiato, prendendo il diploma di maestra. Prima di cominciare a lavorare c'è un controllo anagrafico. Le mondine si dispongono in fila e quando passano accanto al tavolo dicono il proprio nome e cognome ad alta voce e l'addetto fa la spunta sulla lista. Vicino all'addetto c'è il padrone della cascina, Pietro (Folco Lulli) che rimane impressionato nel sentire il nome e il cognome della ragazza, che sul momento non ci bada. Ma vedrà in seguito che Pietro è molto interessato a lei.

Comincia il lavoro. Si fatica, si canta, si ride e si litiga. Da una frasetta di Elena nasce una rissa fra mondine a cui Elena non partecipa. Sedata la rissa, tutte di fronte a Pietro, che è un padrone duro e deciso. Quando si accorge che c'è ancora acredine fra i due gruppi di mondine, chiede chi ha dato l'innesco, ed Elena si accusa come colpevole, disposta ad andarsene.

Ma accade una cosa inaspettata. Mentre Elena sta uscendo per andare a prendere la sua roba e partire, Pietro dice che per questa volta ci si può passare sopra, quindi Elena può restare. Succesivamente, Pietro continua a parlare con Elena, cercando di sapere da dove viene e com'è la sua vita. Tutti lo notano, e pensano che ci sia dell'attrazione fisica. Invece Elena capisce che c'è dell'altro, non è quello il punto, ma è disturbata dalle domande che le fa Pietro. Elena non parla volentieri di sé.

Arriva alla cascina Mario (Michel Auclair), che è il nipote della moglie di Pietro (Lilla Brignone). Litiga con Pietro, che l'accusa di aver falsificato la sua firma su una cambiale. Viene a sapere dello strano comportamento di Pietro con Elena e naturalmente lo interpreta a suo modo, come una tentata seduzione. Si offre di dare un passaggio per Novara sulla sua macchina rossa a tre mondine. Una trappola per estendere l'invito anche ad Elena che non può sottrarsi e che è interessata ad andare a Novara per ragioni sue. Mario scarica le tre mondine con una scusa, quindi Elena è sola con lui che la aggredisce. Elena, con una spallina strappata riesce a scendere dalla macchina.

Sta passando un automezzo da lavoro. Alla guida c'è Gianni (Rick Battaglia), un meccanico auto che ha visto la scena e l'ha male interpretata. Pensa che sia stato Mario a far scendere Elena dall'auto rossa per scaricarla. Mario dà un passaggio ad Elena, ma fa capire quello che pensa. Elena scoppia a piangere (ma intanto si è sistemata la spallina). Gianni ed Elena si salutano, entrambi speranzosi di rivedersi.

Però Mario - il nipote perverso - non molla. Durante una festa locale occhieggia dietro il gruppo delle mondine al tiro a segno, poi, mentre le mondine ballano fra di loro, si fa sotto di nuovo con Elena, che sarebbe in difficoltà se non intervenisse Gianni, che arriva in quel momento ed affronta risolutamente Mario.

Gianni ed Elena escono insieme. Prima prendono un gelato, poi lui le mostra l'officina meccanica di cui è molto fiero. Ha un socio , ma pensa di farcela ad andare avanti da solo, fra un po' di tempo.

Pietro fa un viaggio a Milano. Cerca una donna con cui era stato vent'anni prima e che aveva lo stesso cognome di Elena. Finalmente la trova: è la madre di Elena (Vivi Gioi) e Pietro viene a sapere che il padre è lui. Elena racconta i suoi anni di sofferenza, i mestieri duri (anche adesso fa la serva), però è riuscita ad allevare la figlia e a farla studiare. Non vuole che Pietro si intrometta, dopo essere stato assente per vent'anni.
Nel dormitorio delle mondine scoppia un incendio. Pietro riesce a salvare Elena, a costo di ferirsi. La ragazza lo sa, capisce che le è veramente affezionato, ma continua a non capire il motivo.

Gianni ed Elena sono felici, perché reciprocamente innamorati . Pietro ha capito la situazione fra i due e vuole aiutarli a farsi una vita insieme. Cerca nascostamente di aiutare Gianni, facendogli ottenere una concessione da una ditta nel ramo petroli. Gianni - che non è stupido - scopre chi c'è dietro quella offerta generosa, ma capisce a rovescio e litiga con la sua ragazza. Elena non sa che dire: ha capito che Pietro non le sta dietro per ragioni sessuali, che le vuole veramente bene, le ha persino salvato la vita. Ma a questo punto, non può fare altro che dire risentita a Pietro di non intromettersi nella sua vita, di lasciarla stare.

I quaranta giorni di lavoro sono passati, c'è la festa finale. Elena è disperata, perché Gianni non l'ha più cercata. Le compagne la fanno bere, forse un po' troppo, ed Elena si mette a ballare da sola in mezzo alla pista. Tuti la guardano ammirati. Ma a un certo punto, Elena non ce la fa più, abbandona la pista e si mette a piangere da sola. Poi va nel dormitorio, sempre da sola.

Alla festa era presente anche Mario, che segue Elena, ed entra nel dormitorio per violentarla. Intanto è è successa una cosa che poteva risolvere la situazione: Pietro ha parlato con Gianni e gli ha detto la verità, cioè che lui è il padre di Elena. Gianni si precipita alla festa, arriva tardi, sente una voce di donna che grida "Aiuto!", capisce cosa sta succedendo ed affronta Mario nel dormitorio (giungendo appena in tempo prima dello stupro). I due uomini si battono sotto lo sguardo atterrito di Elena e Mario muore accidentalmente andando a finire contro un grande rastrello con le punte acuminate. Che fare adesso? Compare Pietro, che ha deciso il da farsi: si autodenuncerà di aver ucciso Mario e andrà in prigione. Il suo modo di pagare il ventennale debito verso la figlia.
Le mondine partono sul carro, a fianco del carro camminano Elena e Gianni. Passa la camionetta dei carabinieri con Pietro, che è stato appena arrestato. Guarda sua figlia Elena e sua figlia guarda lui. Poi continuerà a camminare con Gianni.


Elsa Martinelli (il nome vero è Elsa Tia) nasce a Grosseto il 30 gennaio 1935.
Nel 1953 a Roma, quando fa la commessa in un bar, viene scoperta dallo stilista Roberto Capucci e diventa rapidamente una indossatrice e modella internazionalmente famosa.
Nel cinema, quasi subito una piccola parte in un film importante, "Le rouge et le noir" (1954) di Claude Autant-Lara, poi il successo hollywoodiano in un film con Kirk Douglaa: "The Indian Fighter" (1955). Quindi, quando Raffaello Matarazzo le affida la parte di Elena ne "La risaia" (1956), Elsa Martinelli è giovanissima, ma non esordiente. Ha recitato in 61 film, ma gran parte di essi sono compresi fra il 1953 e il 1971. Dopo ha molto diradato le sue apparizioni, dedicandosi più alla TV che al cinema.

Tre fotografie di studio di Elsa Martinelli

Inserisco parte di una intervista che le fece Laura Laurenzi il 26 aprile 2006 per la Repubblica:

...
Seduta nel salotto di casa a un passo da Piazza del Popolo, in tuta grigia e rosa, rosa anche le scarpe da ginnastica, Elsa Martinelli appare più in forma che mai. Fa il punto, racconta, ricorda. Parla dei tempi d'oro di cui è stata testimone ironica, le tre copertine su "Life", le estati a Saint Tropez con Brigitte Bardot, le notti ruggenti a El Morocco di New York, e il discorso scivola inevitabilmente sull'io lo conoscevo bene. Nureyev e Truman Capote, Tennesse Williams e Salvador Dalì. E poi Marilyn, Ava Gardner, Grace Kelly che "ha avuto tantissimi amanti".

Le piace l'etichetta di diva controvoglia?
"Perfetta. Non me la sono mai tirata. Se ti crei attorno il mistero della diva, l'atmosfera dell'intoccabile, appena possono ti zompano addosso e ti massacrano. A me invece piace fare una vita normale, andare al cinema, andare al mercato a fare la spesa, cucinare".

In "Orgoglio" è una perfida duchessa. Perché queste parti da cattiva?
"Era 13 anni che non facevo una fiction. Ho accettato solo perché è una grande produzione: in genere le cose televisive fanno schifo e le attrici sono tutte intercambiabili, tutte rifatte. La parte da cattiva me l'hanno offerta perché ho il fisico del ruolo. Alta un metro e 76, altera, con i vestiti che mi stanno a pennello, cosa potevo fare, la suora? la nonnina con l'uncinetto in mano?".

Ma è vero che lei disse di no a Lelouch che la voleva in "Un uomo una donna" giudicando la storia troppo melensa?
"Perché, non è una storia melensa? Se gli levi la musica a quel film che gli resta? Mi venne a cercare questo regista semisconosciuto con la fronte bassa, piena di ricci, arcigno. Non aveva un copione scritto, una traccia, niente. Mi raccontò di questi due vedovi, o separati, che si incontrano a Deauville. No grazie! Perché non prende Anouk Aimée? gli dissi. Poi Anouk non ha più fatto molto...".

Un altro dei suoi no fu per Bettino Craxi, vero?
"Sì, quando era presidente del consiglio mi chiese di occuparmi del suo look. Premetto che sono molto amica della moglie Anna, che stimo tantissimo. Lui mi disse: Elsa, sei una donna internazionale, perché non mi aiuti? Ho rifiutato. Poteva chiederlo alla moglie, o a una professionista. Per me era imbarazzante l'idea di consigliargli il tipo di pantaloni giusti o ritrovarmelo in vestaglia".

Parliamo degli uomini famosi che ha avvicinato durante i suoi anni hollywoodiani. Gary Cooper.
"Ha bevuto champagne da una mia scarpa di raso per darmi il benvenuto. Ma davanti alla moglie. Io sono subito diventata amica di tutte le mogli, perché ho capito che potevano essere molto gelose".

Kirk Douglas.
"Il più sexy, il più pieno di charme. Molto più del figlio".

Humphrey Bogart.
"Non mi è mai piaciuto. Lo trovavo bruttino. Brutto il colore, così olivastro. E poi non parlava: biascicava".

Orson Welles.
"Grandioso senso dell'umorismo. Non si prendeva mai sul serio".

John Wayne.
"L'opposto che sullo schermo, il contrario del cowboy. Uno degli uomini più raffinati che abbia conosciuto, con una delle case più eleganti e più sobrie che abbia mai visto in vita mia".

E John Kennedy?
"L'ho conosciuto a Los Angeles a casa di amici, quando era già presidente. Ecco, con noi non si è mai comportato da presidente, ma sempre con semplicità, naturalezza, classe, da ragazzo nato ricco che si circonda di amici divertenti. Jacqueline è stata una first lady bravissima: credo fosse la donna più tradita d'America".

Inserisco immagini di undici film di Elsa Martinelli in ordine cronologico:

"The Indian Fighter" (1955) di André De Toth

"Captain Blood" (1960) di André Hunebelle

"La menace" (1961) di Gérard Oury

"Hatari!" (1962) di Howard Hawks

"The Pigeon That Took Rome" (1962) di Melvil Shavelson

"Rampage" (1963) di Phil Karlson

"La fabuleuse aventure de Marco Polo" (1965)
di Denys de La Patellière

"La decima vittima" (1965) di Elio Petri

"Le plus vieux métoer du monde" (1967) di Mauro Bolognini

"Candy" (1968) di Christian Marquand

"Les chemins de Katmandou" (1969) di André Cayatte

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Ancora Marcel Proust 22 Feb 2010 8:30 AM (15 years ago)

Tullio Pericoli: Marcel Proust

Solimano

I dati informativi sul testo a cui faccio riferimento sono questi:

Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto La strada di Swann Prima parte: Combray
Adattamento e disegni di Stéphane Heuet Colore Véronique Doray Grifo Edizioni 2002 - 80028 Grumo Nevano - Na.

Inserisco ancora due disegni di Stéphane Heuet con i brani di Marcel Proust che trovo più corrispondenti. Utilizzo la traduzione di Natalia Ginzburg Editore Einaudi, 1963. Consiglio di ampliare le immagini per leggere meglio il testo (lettering) delle tavole di Heuet.

Come l'amavo, come l'ho ancora davanti, la nostra chiesa! Il vecchio portico per il quale si entrava, nero, bucherellato come una schiumarola, era deviato e profondamente incavato agli angoli (non meno dell'acquasantiera a cui ci conduceva) come se la tenue carezza dei cappotti delle contadine che entravano in chiesa e delle loro dita timide che prendevano l'acqua santa, ripetuto per secoli, avesse potuto acquistare una forza distruttiva, inflettere la pietra ed intaccarla di solchi, simili ai solchi che vien formando la ruota dei carretti sui paracarri urtandovi ogni giorno.

Nonostante tutta l'ammirazione professata da Swann per quelle figure di Giotto, per molto tempo non provai alcun piacere a guardare, nella nostra sala di studio, dov'erano appese le copie che egli mi aveva portato, quella Carità senza carità, quell'Invidia che pareva una tavola d'un libro di medicina illustrante soltanto la compressione della glottide o dell'ugola per un tumore della lingua o per l'introduzione dello strumento chirurgico, una Giustizia il cui viso grigio o meschinamente regolare era quello stesso che, a Combray, caratterizzava certe graziose borghesi secche e devote che vedevo alla messa, delle quali parecchie erano in precedenza arruolate nelle milizie di riserva dell'Ingiustizia.

Giotto: L'Invidia Cappella degli Scrovegni, Padova

Giotto: La Giustizia Cappella degli Scrovegni, Padova

All'inizio del libro c'è un breve saggio di Giusepppe Scaraffia, che uscì come articolo su "Il sole 24 ore" (14 luglio 2002). Ho ritenuto di inserirlo qui, perché permette di ampliare il discorso al di là dei fumetti di Heuet. Ci sono dei nessi interessanti fra le illustrazioni dedicate alla Recherche (di cui fanno parte i fumetti di Heuet), le pitture a cui fa riferimento la Recherche, il cinema. Quindi, già in questo post, inserisco come apertura e come chiusura del post le immagini di due opere di Tullio Pericoli, e, a fianco dell'articolo di Scaraffia, immagini di tre illustratori di Proust. Dall'alto in basso: Kees Van Dongen (1947), Hermine David (1951) e Philippe Jullian (1968).

Così Marcel scrivendo disegnava
di Giuseppe Scaraffia

"Non so assolutamente disegnare", protestò Proust, all'apice della sua fama, quando un giornale scrisse che aveva decorato un teatro a Montmartre.
Eppure i disegni che talora decorano le sue lettere sono dei veri e propri fumetti, graficamente ben più moderni di quelli del suo esegeta Heuet. Anche le spiegazioni che le accompagnano sono scritte secondo le regole dei fumetti.
Certo non era solo una abitudine di Proust. Prima di lui molti altri, da Balzac a Baudelaire, avevano ricamato di disegni scritti e lettere, evidenziando la continuità tra il disegno e la parola.
Già il primo libro di Proust, I piaceri e i giorni era stato illustrato. L'autrice era una signora dell'alta borghesia parigina, Madeleine Lemaire, uno dei modelli di Madame Verdurin. In una delle illustrazioni - Una cena in società - appariva addirittura il giovane autore in abito da sera intento ad osservare il modello del barone de Charlus, il dandy Robert de Montesquieu.

In quegli stessi anni Proust era intervenuto direttamente su una tela dipinta da un amico, Jacques-Emile Blanche, censurandone la metà. Era il suo ritratto, l'immagine di un giovanotto in smoking con un'orchidea all'ochiello.
Proust ne era rimasto irritato, forse già intuendo il carattere effimero della sua presenza nella mondanità e aveva imposto a Blanche di eliminare la parte inferiore del dipinto. Quello che ne rimase, Proust, se lo portò sempre dietro nei successivi traslochi: uno dei tanti talismani, porte segrete sempre schiuse sul passato, sul tempo perduto.
La prima a misurarsi con il delicato compito di illustrare la Ricerca fu nel 1930 la bella Hermine David. Nelle sue acqueforti i corpi dei personaggi sono aristocraticamente slanciati.

Nel 1947 Van Dongen non esitò, nei settantasette acquerelli, a bagnare delle tinte più vivaci le sfumature interiori di Proust. Un anno dopo Jean-Emile Laboureur ricalcò, con la puntigliosa tristezza di uno scolaro, la malinconia aleggiante in All'ombra delle fanciulle in fiore. Più irriverente, Nils Moller faceva emergere la fallacità implicita nelle orchidee di Sodoma e Gomorra.
Nel 1968, Philippe Jullian, delizioso scrittore e artista, tradusse in scintillante ironia la sua timidezza davanti al capolavoro di Proust.
Meno importanti quelli che vengono dopo. Michel Viat tenta di ricalcare il gioco di citazioni alla base della Ricerca, senza però riuscire ad emanciparsene.
La memoria si trasforma in ombra nelle nostalgiche immagini di Yan Nascimbene.
In Heuet il passaggio al fumetto, malgrado l'innegabile impoverimento del discorso proustiano, è importante in quanto elimina la patina sacrale che si è formata nell'ultimo mezzo secolo intorno a Proust.

Un'aura che, fingendo di tutelarne l'opera dagli assalti della modernità, tende ad imbalsamarla e a isolarla dal presente. Le scene della lanterna magica che affascinavano il Narratore infatti sono innegabilmente le antenate delle tavole dei fumetti.
A colori vivaci come, dalle vetrate variopinte delle cattedrali gotiche alle ingenue stampe di Epinal, il caleidoscopio della memoria.


Tullio Pericoli: Marcel Proust

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Milano nel cinema: Maledetto il giorno che t'ho incontrato 17 Feb 2010 2:02 PM (15 years ago)

Margherita Buy tedofora senza fiaccola
nel film "Maledetto il giorno che t'ho incontrato"

Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992) di Carlo Verdone Sceneggiatura di Carlo Verdone, Francesca Marciano Con Carlo Verdone (Bernardo Arbusti), Margherita Buy (Camilla Landolfi), Elisabetta Pozzi (Adriana), Giancarlo Dettori (Attilio), Stefania Casini (Clari), Renato Pareti (Loris), Dario Casalini (Flavio), Alexis Meneloff (Prof. Altieri) Musica: Fabio Liberatori Brani di Jimi Hendrix: "Stone Free", "The wind cries Mary", "Foxy lady", "Catfish blues" Fotografia: Danilo Desideri (112 minuti) Rating IMDb: 6.9

Solimano

La prima metà del film "Maledetto il giorno che ti ho incontrato" (1992) si svolge a Milano, la seconda a Londra e in Cornovaglia. All'inizio, a Bernardo Arbusti (Carlo Verdone) sembra che tutto vada bene. Scive libri biografici sui musicisti e sta lavorando a un libro su Jimi Hendrix. Gli hanno appena fatto una intervista TV (non una grande TV...) in cui si è sbilanciato forse troppo, dicendo che nel libro su Hendrix ci sarà uno scoop sulle cause della morte dell'artista(notte del 18 settembre 1970 al Samarcand Hotel di Londra).

In queste due immagini c'è la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, un passaggio coperto che collega tra loro piazza della Scala e piazza Duomo. Iniziata nel 1865, su progetto dell'architetto Giuseppe Mengoni, fu ultimata nel 1877. In queste due immagini si vede anche parte dell'ottagono, la zona centrale. Bernardo è in impermeabile e sta andando di fretta: sta per tornare da un tour lavorativo sul Mar Rosso Adriana (Elisabetta Pozzi) che vive con lui.

Qui Bernardo sta camminando vicino a casa sua. E' una via senza macchine o comunque a traffico limitato. Dal tipo di pavimentazione mi sembra che si tratti di una strada in zona Brera.

Come sappiamo, succede il guaio: Adriana comunica via audiocassetta a Bernardo che lo lascia per mettersi con un giornalista francese in tuta mimetica. Bernardo finisce in analisi dal Prof. Altieri (Alexis Meneloff), uno psicanalista da cui va anche Camilla Landolfi (Margherita Buy) che tampina Bernardo perché infili di nascosto una lettera nello studio di Altieri, di cui è innamorata. In queste due immagini, Camilla sta aspettando per strada, per sapere da Bernardo se la missione è andata a buon fine. Il giardino alberato in cui Camilla aspetta dovrebbe essere dalle parti dell'Arena.

Fra discussioni e ripicche, Bernardo e Camilla hanno un problema in comune: entrambi sono innamorati infelici, oltre ad andare dallo stesso psicanalista: Bernardo ha appena cominciato, Camilla è in analisi da cinque anni. Hanno sviluppato una forte dipendenza dagli psicofarmaci che si scambiano come se fossero figurine. Qui vanno insieme in un supermercato, poi, sulla Vespa. E' Camilla che guida, Bernardo regge i sacchetti di plastica rigonfi di merce. La via potrebbe essere Corso di Porta Venezia.

Il luogo di Milano più inatteso è il colonnato di San Lorenzo. Oltre a queste tre immagini c'è anche quella di apertura del post. Le colonne di San Lorenzo sono sedici colonne romane con capitelli corinzi. Sorgono di fronte alla alla basilica di San Lorenzo in corso di Porta Ticinese, che è una strada di Milano piena di locali ad alta frequentazione notturna. Qui, di notte, Camilla e Bernardo si confidano le loro ambasce. Camilla racconta il suo esordio teatrale, quando le toccò di fare la tedofora (reggere la fiaccola) durante una manifestazione... ed aveva necessità di andare in toilette ma non poteva farlo. Camilla, come suo solito, cerca di telefonare al professor Altieri (e alla moglie di Altieri) ad ore impossibili e coinvolgerà anche Bernardo in queste telefonate. Camilla ottiene anche che Bernardo le presti casa sua per un incontro con Altieri. Altro guaio, alla fine di cui Bernardo dirà a Camilla le ultime parole famose: "Maledetto il giorno che t'ho incontrato". Ma si ritroveranno tre mesi dopo a Londra.

Una immagine curiosa, in cui si vede Milano dall'alto (anche il Pirellone). E' collegata ad una terapia che Bernardo e Camilla stanno provando, perché Camilla, oltre che di claustrofobia, soffre anche di vertigini. Sono su una grande giostra verticale, simile al Prater di Vienna. Naturalmente Camilla sviene quando la ruota arriva in alto.

Tre mesi dopo, Bernardo parte per l'Inghilterra. Ha superato la fobia per il volo aereo. Commina di fretta dalla parte di Foro Bonaparte, che è vicino al Castello Sforzesco. Da questo momento in poi, il film non si svolge più a Milano.

Le immagini finali del post riguardano tutte la zona del colonnato di San Lorenzo e la basilica di San Lorenzo.
La prima è una fotografia d'epoca: delle abitazioni popolari erano molto vicine al colonnato. Nella sistemazione attuale (che iniziò nel 1935) c'è più spazio per il colonnato.
La seconda immagine è una stampa del 1858.
La terza immagine è del mosaico romano del VI secolo nella Cappella di Sant'Aquilino che è in un sacello collegato con la Basilica si San Lorenzo. Il mosaico rappresenta la Traditio legis, cioè "Cristo filosofo fra i discepoli".
Questa Milano romana, che non tutti conoscono, risale ai secoli fra il III e il VI: il tardo impero, i bizantini e le invasioni dei goti.



Il mosaico della Traditio legis nella Cappella di Sant'Aquilino
VI secolo Basilica di San Lorenzo, Milano

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Gli oggetti nel cinema: I soldi 13 Feb 2010 1:30 PM (15 years ago)

I vitelloni (1953) di Federico Fellini

Solimano

Tredici variazioni sul tema dei soldi, seguendo l'ordine cronologico dei film. In alcune, l'antico mito di Danae è lontanissimo, in altre assai vicino. Le differenze sono due: compaiono gli uomini e generalmente l'oro è sostituito dalle banconote - ma non sempre.
Nel film I vitelloni (1953), Alberto (Alberto Sordi) è un buono a nulla che vive ancora con la mamma e la sorella Olga (Claude Farell), un'impiegata, che qui gli sta passando del denaro. Alberto fa il sostenuto, ma Olga sa se Alberto ne ha bisogno appena apre bocca. Olga ha un amante che è sposato e sarà Alberto a farle la morale quando lei se ne andrà. "Ma ci pensi alla mamma?", le dirà, proprio lui che non ha mai portato un soldo in casa.

Le notti di Cabiria (1957) di Federico Fellini

Cabiria (Giulietta Masina) è una prostituta che ha il sogno di trovare l'uomo della sua vita. Crede di averlo trovato in Oscar (François Périer) che le propone il matrimonio. Cabiria vende tutto quello che ha, compresa la casa; ed ostenta felice il grande mazzo di banconote. Oscar le sta seduto di fronte. Sono in un ristorante di Castel Gandolfo, la felicità è a portata di mano, solo che poco dopo, facendo una passeggiata nella pineta che costeggia il lago, Cabiria scopre le vere intenzioni di Oscar: buttarla nel lago e portarle via il denaro.

Bonjour tristesse (1958) di Otto Preminger

Elsa (Mylène Demongeot) è l'amante in carica del ricco playboy Raymond (David Niven). Stasera è felice: ha vinto al casinò e fra quelli che la festeggiano c'è anche Cecile (Jean Seberg) la figlia di Raymond. Ma Elsa non sa quello che l'aspetta: è arrivata la stilista Anne Larson (Deborah Kerr) che era la migliore amica della moglie di Raymond e che vuole sposarsi con lui. Elsa è nata con la camicia: quella sera stessa conosce il buffo miliardario Pablo (Walter Chiari) e riesce rapidamente a vedere le cose in una prospettiva del tutto nuova.

La legge (1959) di Jules Dassin

Nel villaggio di pescatori di Porto Manacore, Marietta (Gina Lollobrigida) è la ragazza più bella, contesa da tre uomini: Don Cesare (Pierre Brasseur), Enrico Tosso (Marcello Mastroianni), e Matteo Brigante (Yves Montand). Solo che è di famiglia povera, e in tal caso la trincea migliore è quella che si fa Marietta: dei sacchi pieni, con sopra delle banconote. Chi gliele avrà date? Il più ricco o quello che piace veramente a lei?

Adua e le compagne (1960) di Antonio Pietrangeli

Dopo la chiusura delle case di tolleranza, in conseguenza della legge Merlin, quattro prostitute decidono di associarsi per aprire una trattoria: Adua (Simone Signoret), Lolita (Sandra Milo), Marilina (Emmanuelle Riva) e Caterina (Gina Rovere). Hanno messo insieme i loro risparmi e stanno attendendo Ercoli (Claudio Gora) un procacciatore di affari ambiguo, che hanno conosciuto nelle case. Ercoli le strozzerà con le rate di un prestito e le donne torneranno a fare le prostitute, ma per strada.

La noia (1963) di Damiano Damiani

Dino (Horst Bucholz) ha portato la sua amante Cecilia (Catherine Spaak) nella ricca casa della madre (Bette Davis). Dino sa che Cecilia ha altri amanti e che con uno di questi, Luciani (Luigi Giuliani) vorrebbe fare un viaggio a Capri. Dino ha le chiavi della cassaforte della madre e ricopre Cecilia nuda con banconote di grosso taglio. Cecilia si diverte, è affascinata da questo gioco, che Dino conclude lanciando delle bancanote in modo che ricadano su Cecilia dall'alto, come se piovesse. Poi Dino propone a Cecilia di tenersi lei tutto il denaro, ma Cecilia lo sorprende chiedendogli la cifra esatta che costa il viaggio e il soggiorno a Capri, cioè molto meno. Cecilia ha trovato un modo per rispondere a quello che voleva veramente Dino: tenersela tutta per sé.
L'episodio c'è anche nel romanzo di Moravia e la somiglianza con certe rappresentazioni erotiche del mito di Danae nel Seicento e nel Settecento è evidente.

Gli argonauti (1963) di Don Chaffey

Giasone (Todd Armstrong) con l'aiuto di Medea (Nancy Kovack), è riuscito ad impadronirsi del Vello d'oro. Medea, innamorata di Giasone, ha tradito il padre Eeta (Jack Gwillim), che possedeva il Vello. Durante una battaglia con gli uomini di Eeta, Medea viene colpita alla schiena da una freccia. Giasone e Argo (Laurence Naismith) hanno l'idea di ricoprirla col Vello e in poco tempo le proprietà terapeutiche del Vello fanno sì che Medea si riprenda, perfettamente sanata. Un'idea intelligente, vicina a rappresentazioni del mito di Danae non palesemente erotiche.

Irma la Douce (1963) di Billy Wilder

Nestor Patou (Jack Lemmon) era un poliziotto. Ora è diventato il protettore di Irma la Douce (Shirley Mac Laine) di cui è innamorato e che è innamorata di lui. Proprio per questo motivo Irma lavora il più possibile perché pensa che così Nestor sia più contento di lei. E Nestor è effettivamente contento, Irma gli ha appena dato tante banconote guadagnate in quel giorno. Ma pochi giorni dopo Nestor vorrebbe che Irma fosse tutta per lui, una deleteria confusione fra amore e lavoro. Come fare?

Au hasard Balthasar (1966) di Robert Bresson

Marie (Anne Wiazemsky) è la figlia di un maestro di paese che ha fatto i soldi amministrando le tenute di un aristocratico, il cui figlio era innamorato di Marie. Ma sono intervenuti dei contrasti col padre di Marie sulle modalità amministrative e sul denaro. Questo ha allontanato i due giovani e Marie si è messa con un poco di buono che la trascura. Una sera, disperata, si rifugia nella casa di un uomo che crede amico. Questi le offre dei soldi che Marie prima prende poi rifiuta. Questa rappresentazione, ancor più del mito di Danae, richiama un mito biblico, quello della Casta Susanna. Penso che Bresson lo sapesse benissimo e l'abbia fatto volutamente.

Questi fantasmi (1968) di Renato Castellani

Maria (Sophia Loren) ha sposato Pasquale (Vittorio Gassman) che non è ricco ed ha dei problemi con i vari lavori che cerca di fare. Però, da sempre, di Maria è innamorato Alfredo Mariano (Mario Adorf) che fa in modo che a casa di Maria arrivino dei doni. Pasquale crede che la casa sia abitata da un benefico fantasma, mentre Maria crede che Pasquale abbia capito tutto e che abbia inventato il fantasma per non far sapere come stanno le cose. Finisce con un finto uxoricidio, tutti credono cha Maria sia morta, compreso Alfredo, che offre soldi a quella che crede sia una apparizione. Invece è Maria in carne ed ossa, che con quei soldi crea una pioggia inaspettata su Pasquale che si sveglia attonito. Prima, il passaggio di denaro secondo il mito (da Alfredo a Maria), poi la spiritosa declinazione al maschile (da Maria a Pasquale).

Lo Scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini

I tanti soldi che ha davanti Peppino (Alberto Sordi) vengono dalla miliardaria (Bette Davis) che sta facendo il suo annuale viaggio in Italia durante il quale, in coppia con George (Joseph Cotten) gioca a scopone contro Peppino e sua moglie Antonia (Silvana Mangano). Stavolta sembra che finalmente i soldi della miliardaria trasmigrino, ma non finirà così, perché mentre Antonia gioca molto bene, Peppino è un giocatore fragile e incerto. Declinazione al maschile anche qui.

Getaway (1972) di Sam Peckinpah

Dock McCoy (Steve McQueen) è un delinquente appena uscito dalla galera. Fuori lo attende la moglie Carol (Ali McGraw), che è riuscita ad ottenere che Doc uscisse prima accettando di andare a letto col potente Jack Beynon (Ben Johnson) - ma questo Doc non lo sa. Doc e Carol hanno appena fatto una rapina in banca e si mettono a letto ricoprendosi di banconote.

Adele H (1975) di François Truffaut

Adèle Hugo (Isabelle Adjani) è ossessionata dall'amore per l'ufficiale inglese Albert Pinson (Bruce Robinson). Gli offre ripetutamente dei soldi che Pinson rifiuta davanti a tutti.


P.S. Questo post è stato l'ultimo che ho pubblicato nel Nonblog di Habanera col titolo "La pioggia d'oro (3)", il 17 settembre 2009. Ho apportato modifiche al testo ed ho aggiunto alcune immagini. Scrissi allora un commento che voleva essere un tirare le somme (!) dei tre post sul mito di Danae. Inserisco qui sotto quel commento, anch'esso in parte modificato:

"Riparto dall'inizio, oltre 2500 anni fa.
Il tema originario del mito non è un tema erotico o amoroso, ma è l'impossibilità di sfuggire al proprio Fato. Come nel mito di Edipo. Difatti Acrisio chiude in una torre la figlia Danae perché gli è stato profetizzato che il figlio di Danae lo ucciderà. Quindi Zeus è uno strumento del Fato: Perseo, generato dalla visita di Zeus sotto forma di pioggia d'oro, ucciderà casualmente Acrisio.
Già nelle ceramiche greche e poi nelle pitture trovate a Pompei la connotazione erotica è in primo piano, anche se va detto che è molto presente un altro mito: quello di Perseo, il figlio di Danae, con la liberazione di Andromeda e l'uccisione di Medusa.
Dopo l'avvento del cristianesimo il mito di Danae sparisce per mille anni. Rifiorisce attorno alla fine del Quattrocento nella pittura e vive per tre secoli, sparendo nell'Ottocento, perché le rappresentazioni ottocentesche sono quasi sempre delle scuse per mostrare una bella donna nuda.
Quindi, la pioggia dorata moderna diviene il rapporto sesso-denaro, e il cinema lo rappresenta tante volte; qui ne ho mostrato solo tredici. In teatro, nell'opera lirica e nell'operetta è evidente la centralità nella Traviata e ne La vedova allegra, e non perché registi creativi bene o male ne approfittano, ma perché è proprio così di partenza. Ci sono altri esempi (certamente nell'opera buffa), di cui quello più evidente nasce dall'incontro Beaumarchais-Da Ponte-Mozart: Le Nozze di Figaro col rapporto fra Conte, Contessa, Figaro e Susanna, su cui il Conte vuole esercitare lo ius primae noctis. Altri esempi sono le due Manon (Massenet e Puccini), Musetta nella Bohème, senza dimenticare l'Elisir d'amore: Nemorino diventa molto popolare nel suo paese quando si viene sapere che erediterà da un parente.
Il cinema inserisce molte varianti, fra cui la principale è che compare anche l'uomo oggetto: non è scontato che il denaro ce l'abbia l'uomo. Continuerà così anche in futuro, perché il rapporto sesso-denaro (amore-interesse) continua e continuerà ad esserci, malgrado si faccia di tutto per chiamarsi fuori. Il gioco delle dominanze è inerente agli esseri umani, e il denaro è un mezzo per esercitarlo, ma non il solo mezzo.
C'è un notevole film del 1981: "La vera storia della signora delle camelie" di Mauro Bolognini, con Isabelle Huppert ( Alphonsine Plessis), Gian Maria Volontè (il padre di Alphonsine), Fabrizio Bentivoglio (Alexandre Dumas fils), Mario Maranzana (Alexandre Dumas père), Bruno Ganz (Conte Perregaux) e... Carla Fracci (Marguerite Gautier)! Perchè il film passa dalla vita alla rappresentazione e Alexandre Dumas assiste alla prima della sua pièce, in cui Alphonsine Plessis diventa Marguerite Gauthier
".

Le tre immagini di chiusura del post sono tratte da questo film.

"La vera storia della signora delle camelie"
(1981) di Mauro Bolognini

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Roma nel cinema: Umberto D. (2) 12 Feb 2010 9:30 AM (15 years ago)

Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti)
di fronte al palazzo dove ha abitato per anni

Umberto D. di Vittorio De Sica (1952) Storia e sceneggiatura di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica Con Carlo Battisti (Umberto Domenico Ferrari), Maria Pia Casilio (Maria, la servetta), Lina Gennari (Antonia, la padrona di casa), Ileana Simova ( La donna nella camera di Umberto), Elena Rea (La suora all' ospedale), Memmo Carotenuto (Il degente all' ospedale), Alberto Albani Barbieri (L'amico di Antonia) Fotografia: Aldo Graziati Musica: Alessandro Cicognini (89 minuti) Rating IMDb: 8.3

Solimano

La degenza di Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti) all'ospedale dura solo pochi giorni, meno di quello che lui desideri. Ha il tempo di fare una piccola amicizia con un degente (Memmo Carotenuto) più attento di Umberto a procacciarsi la benevolenza della suora (Elena Rea) che in un certo modo fa alto e basso sulla durata della degenza dei malati.

Ecco Umberto all'uscita dell'ospedale, un grande edificio nel centro di Roma, credo sempre attorno alla zona Piazza del Popolo - Via del Corso - Piazza dei santi Apostoli - Ripetta - Pantheon - Santa Maria sopra Minerva. Mentre cammina per Roma, Umberto, visto a distanza, ha sempre l'aria dignitosa, anche quando ha con sé la valigia.

Il dramma di Umberto appare chiaro quando viene ripreso da vicino, in quei colloqui in cui cerca di tenersi su, ma l'obiettivo è chiaro a noi, come è immediatamente chiaro ai suoi interlocutori: procacciarsi del denaro, perché non sa come fare a tirare avanti. La lotta per difendere lo status che ha sempre mantenuto durante la sua vita rende amarissimo il dramma. Con lucida e commossa crudeltà, Vittorio De Sica inserisce tocchi di doloroso e ridicolo grottesco.

L'unica persona (a parte Flaik) che interessi veramente Umberto è la servetta Maria (Maria Pia Casilio). Qui Umberto, senza farsi vedere, guarda Maria che sta parlando con uno dei due militari che frequenta. Il militare, quando sente che Maria è incinta, la tratta male e si allontana, e la ragazza scoppia a piangere nella piazza in cui c'è un piccolo mercato, un'occasione per mostrare un altro aspetto di Roma.

Questo luogo di Roma è facilmente identificabile. Si tratta della Piazza di Santa Maria sopra Minerva, che ha in mezzo l'Obelisco della Minerva (detto Pulcin della Minerva). Di obelischi a Roma ce ne sono altri, questo ha la particolarità di poggiare su una statua d'elefante. L'architettura e il disegno sono di Gian Lorenzo Bernini, la statua dell'elefante fu eseguita nel 1667 dal suo allievo Ercole Ferrara. L'iscrizione sul basamento è questa: "Sapientis Aegypti/ insculptas obelisco figuras/ ab elephanto/ belluarum fortissima/ gestari quisquis hic vides/ documentum intellige/ robustae mentis esse/ solidam sapientiam sustinere." Molto più sapido l'epigramma di Monsignor Sergardi: "Vertit terga Elephas, versaque proboscide clamat: Kiriaci fratres hic ego vos habeo". Lo scherno è rivolto ai frati a cui l'elefante volge il deretano. (Informazioni tratte da Wikipedia).
Nella piazza Umberto incontra un collega di lavoro che lo saluta amichevolmente, ma appena Umberto comincia a raccontargli i suoi guai, capisce e si sottrae.

Al Pantheon, Umberto prova chiedere l'elemosina, tende la mano, ma, guardando la sua mano protesa, non ci riesce e la tira indietro. Manda avanti Flaik col cappello in bocca, ma arriva un altro collega di lavoro del Ministero dei Lavori Pubblici (più che un collega è un superiore gerarchico) e Umberto impastocchia la balla poco credibile che Flaik sta giocando.

Il collega deve prendere una corriera che è in partenza lì vicino. Umberto l'accompagna. Il colloquio è imbarazzante: Umberto in un certo modo si appiccica, il collega non sa cosa dirgli, finché, al momento della partenza della corriera, gli chiede: "Secondo lei, ci sarà la guerra?". Umberto non sa cosa rispondere, la guerra quotidiana lui ce l'ha in casa.

Umberto ha deciso. Fa la la valigia e se ne va, naturalmente portando con sé Flaik. La stanza in cui ha vissuto per anni non è più sua, i muratori ci stanno lavorando. Si dirige verso la fermata del tram, guarda per l'ultima volta il palazzo di via San Martino della Battaglia n.14. Alla finestra c'è Maria che lo guarda andar via. Poi sale sul tram, l'autista gli fa qualche storia per il cane ma poi lascia perdere. Mentre il tram viaggia, si vedono una serie di palazzi anonimi molto simili fra loro.

Quello che succede dopo lo sappiamo: la squallida pensione per cani, Umberto che attende il treno con Flaik in braccio, il cane che capisce e fugge... preferisco chiudere con l'immagine dei magnifici pini del giardino pubblico di Roma in cui Umberto è riuscito a convincere ancora Flaik a giocare con lui.

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Roma nel cinema: Umberto D. (1) 10 Feb 2010 12:15 PM (15 years ago)

Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti)
alla manifestazione dei pensionati

Umberto D. di Vittorio De Sica (1952) Storia e sceneggiatura di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica Con Carlo Battisti (Umberto Domenico Ferrari), Maria Pia Casilio (Maria, la servetta), Lina Gennari (Antonia, la padrona di casa), Ileana Simova ( La donna nella camera di Umberto), Elena Rea (La suora all' ospedale), Memmo Carotenuto (Il degente all' ospedale), Alberto Albani Barbieri (L'amico di Antonia) Fotografia: Aldo Graziati Musica: Alessandro Cicognini (89 minuti) Rating IMDb: 8.3

Solimano

Esistono persone che non hanno mai visto "Umberto D." (1952) di Vittorio De Sica ma che ne hanno sentito parlare. Sicuramente hanno in testa l'idea che si tratti di un film intimista, il che è in parte vero (resta da vedere il significato che si dà alla parola intimista). Ma non immaginano che "Umberto D." è certamente il film in cui il grande luogo che è Roma è più presente, non solo come minuti di proiezione in cui compare, ma come diversità di luoghi nell'unicità del grande luogo e come corrisponenze che si stabiliscono fra i luoghi e gli episodi.

La parte iniziale del film, con la manifestazione di protesta dei pensionati che chiedono l'aumento delle loro misere pensioni, si svolge nel centro di Roma, zona Piazza dei Santi Apostoli, nei pressi di Palazzo Odescalchi. L'attenzione prevalente di De Sica è rivolta a darci il senso di una Roma che conosciamo poco: la Roma ministeriale e degli uffici più che la Roma turistica. Le tre immagini riguardano l'arrivo del corteo nella piazza. La dimostrazione è piccola e in fondo ordinata, malgrado che i cartelli siano numerosi e che i pensionati gridino ad alta voce le scritte che ci sono nei cartelli (non credo che la parola slogan fosse allora diffusa...)

Successivamente le forze dell'ordine decidono lo scioglimento della manifestazione. Giungono le jeep dalle vie secondarie. Praticamente non c'è nessuno scontro, solo un po' di confusione e qualche impiccio. Adesso sono i pensionati ad andarsene di buon passo per le vie secondarie, salvo alcuni battibecchi nella piazza che la vista dall'alto mostra più vuota che piena. Il pensionato Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti) l'abbiamo appena intravisto in mezzo al corteo dei manifestanti. La sua parte nel film comincia adesso, a manifestazione sciolta.

Umberto prima si occupa del suo cane Flaik, che ha portato con sé alla manifestazione, poi, come fanno tutti questi vecchi preoccupati e prudenti, si defila in un androne. La manifestazione e l'agitazione creano solidarietà, che forse è una parolona. Rendono più facile parlare con altri pensionati che non si conoscevano prima. Umberto, di per sé, non sarebbe interessato a chiacchiere, ma ha un obiettivo: vendere il suo orologio. Gli servono dei soldi per tacitare le richieste della padrona di casa, a cui non paga la pigione da tempo. Ma il pensionato a cui propone l'affare lo guarda meravigliato e gli dice di no, andandosene in fretta per conto suo. In quasi tutte le immagini c'è la presenza della città di Roma. Sottilmente, è una presenza che cambia immagine per immagine, e così sarà per tutto il film.

Umberto ha perso l'opportunità, ma non si scoraggia. Cerca un altro pensionato a cui poter vendere l'orologio. Quello che trova è più sgarbato di quello di prima, ma Umberto capisce che potrebbe essere interessato. Un po' lo segue un po' l'accompagna: i due fanno un bel tratto di strada fino a trovarsi di fronte a Piazza del Popolo. Umberto capisce perché l'altro si ferma proprio lì: ha scelto di chiedere l'elemosina ed ha capito che il posto migliore per farlo è davanti ad una chiesa frequentata. Umberto riuscirà a vendere il suo orologio al pensionato-mendicante, che lo pagherà (poco) con cartamoneta di piccolo e piccolissimo taglio. Una bella scusa che addurrà la padrona di casa per non accettare il parziale pagamento del debito.

Umberto esce anche quella sera, dopo aver capito che il problema con la padrona di casa si è fatto ancora più spinoso. Va in un'edicola ancora aperta, che oltre che vendere giornali fa compravendita di libri usati. Umberto vende l'unico libro che gli è rimasto, un bel tomo ancora quasi intonso. Non sono riuscito a capire che monumento sia quello che si vede nelle due immagini.

Anche nella camera di Umberto compaiono immagini di Roma, attraverso piccole finestre. Da una parte, c'è una vasta caserma. Viene inquadrata perché lì sta uno dei due militari che filano con la servetta Maria (Maria Pia Casilio), che è incinta, solo che non sa chi dei due sia il padre del nascituro. Nell'altra immagine appare la Roma degli squallidi spazi interni, che non sono neppure cortili, di un condominio popolare. Umberto abita in Via San Martino della Battaglia 14, una zona non centralissima di Roma, la zona dove ci sono le caserme di Castro Pretorio.

Infine, due immagini dell'ospedale dove si è fatto ricoverare Umberto con la scusa di una tonsillite e di un po' di febbre. All'ospedale non si paga... Una lunghissima corsia che non so se esista ancora.
(continua)

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Le coppie nel cinema: Maledetto il giorno che t'ho incontrato (2) 7 Feb 2010 4:30 AM (15 years ago)

Margherita Buy in "Maledetto il giorno che t'ho incontrato"

Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992) di Carlo Verdone Sceneggiatura di Carlo Verdone, Francesca Marciano Con Carlo Verdone (Bernardo Arbusti), Margherita Buy (Camilla Landolfi), Elisabetta Pozzi (Adriana), Giancarlo Dettori (Attilio), Stefania Casini (Clari), Renato Pareti (Loris), Dario Casalini (Flavio), Alexis Meneloff (Prof. Altieri) Musica: Fabio Liberatori Brani di Jimi Hendrix: "Stone Free", "The wind cries Mary", "Foxy lady", "Catfish blues" Fotografia: Danilo Desideri (112 minuti) Rating IMDb: 6.9

Solimano

Fra Bernardo (Carlo Verdone) e Camilla (Margherita Buy) si stabilisce un'amicizia di mutuo soccorso: entrambi sono andati dallo stesso psicanalista, entrambi soffrono per una delusione d'amore... per quanto... la situazione di Bernardo è chiara, Adriana (Elisabetta Pozzi) se n'è andata definitivamente col francese in tuta mimetica, mentre Camilla spera ancora di riuscire a farcela col Professor Altieri (Alexis Meneloff), lo psicanalista.

Oltre al continuo scambio di psicofarmaci, i due cercano di aiutarsi reciprocamente nella vita quotidiana, in modo da superare le rispettive fobie. Bernardo sta seduto su un baule e guarda l'orologio: dentro il baule c'è Camilla che si esercita sul fronte claustrofobia. La stessa cosa al cinema con i film terrorizzanti e sulla giostra stile Prater di Vienna per gli attacchi di vertigine. Sono tutti casi in cui è Bernardo che cerca di aiutare Camilla.

C'è un campo in cui è Bernardo ad essere più esposto: il sesso. Sarà che nella cassetta di addio Adriana ha discettato sulla minestra riscaldata, sarà che Bernardo ha qualche anno più di Camilla, fatto sta che è lei che ha il boccino in mano, negli argomenti di sesso: "Gli uomini come te pensano solo alle misure. Il vostro è il sesso visto dai geometri". Nel sofisticato dibattito sui vari tipi di bacio par di capire che sia Camilla a saperne di più:

Labbro a ventosa?
Conosco!
Labbro leggero?
Ooohhh!
Lingua a serpente?
Idem.
Lingua a pennello?
Com’è ‘sta lingua a pennello?
Ma non lo so, è un movimento ondulatorio, a largo raggio. Morbido, delicato, profondo.
‘Na passata de palato con la lingua! Quello è! Cioè, scavi con la lingua dentro...

Ma succede il patatrac. Inevitabile, perché Camilla, quando c'è di mezzo il rapporto (inesistente) col professor Altieri, non sente ragioni, è di un egoismo assoluto. Così, costringe Bernardo a prestare casa sua per una sera e per la succesiva notte perché è riuscita a combinare un incontro con Altieri . Il povero Bernardo deve aggirarsi per strada fino alle tre di una notte fredda. Quando rientra con una gran voglia di dormire trova Camilla in lacrime, perché l'incontro con Altieri non ha dato gli sperati frutti. Camilla continua a sfogarsi e Bernardo s'addormenta, Camilla protesta, Bernardo reagisce: Eh no le mani in faccia no! So' pure le quattro de mattina! Ma che m'hai preso pe 'n'ostaggio! Camilla distrugge una chitarra-cimelio che era appartenuta a Jimi Hendrix, Bernardo la caccia per le scale dicendo le ultime parole famose: "Maledetto il giorno che t'ho incontrato!" E finisce lì... almeno, parrebbe.

Sono passati tre mesi, e Bernardo è finalmente andato a Londra, per il progetto del libro su Jimi Hendrix. Ha necessità di procurarsi prove per uno scoop sull'ultimo giorno di vita dell'artista. Vede per strada un manifesto di uno spettacolo teatrale italiano, Insieme al nome del ben noto attore Attilio (Giancarlo Dettori), c'è il nome di Camilla! Bernardo quella sera va a teatro e vede la magnifica prestazione di Camilla in una commedia drammatica, poi si siede a parlare con Camilla e con Attilio, che sa di essere un personaggio e lo fa pesare. Più tardi, quando Attilio si assenta, Bernardo scopre che è l'amante di Camilla, che però non ne sembra contentissima, come attestano le seguenti parole: "Con lui è una scopata retorica, come andare a letto con i fratelli Karamazov".

Insomma, Bernardo e Camilla si capiscono ancora e il giorno dopo Camilla va con Bernardo in Cornovaglia, su un potente sidecar. Bernardo è ancora in caccia di chi può fornirgli lo scoop ed ha un indirizzo a cui rivolgersi. Camilla racconta una balla ad Attilio per stare fuori per un giorno e mezzo. Entrambi hanno reciprocamente negato di essere ancora schiavi degli psicofarmaci, ma in albergo scopriranno che non è così: Camilla ne è alla ricerca affannosa e Bernardo ha una sacca di plastica traparente con dentro ogni bendidio di psicofarmaci. Non è che abbiano intenzioni amatorie, ma la situazione li spinge ad approcci notturni forieri di buon proseguimento: è Camilla a muoversi per prima. Ma proprio durante il primo approccio mezzo scherzoso mezzo voglioso, piomba in camera Attilio, che da Londra ha capito l'andamento. Tira quattro sberle a Camilla, la licenzia in tronco dalla compagnia teatrale, Bernardo tira otto sberle (vigorosissime) ad Attilio, nell'albergo tutti si svegliano, inteviene persino la polizia... ed è la volta di Camilla di dire a Bernardo: "Maledetto il giorno che t'ho incontrato!".

Sembra però che tutto s'aggiusti. Il testimone-chiave per lo scoop vuole cinquemila sterline che Bernardo non ha. Telefona a Loris presso l'editore di Milano, ma gli vengono negate. Camilla vende un'anello prezioso e fa trovare a Bernardo i soldi sotto il tovagliolo del ristorante. Poi, istruita da Bernardo, va ad intervistare il testimone munita dell'attrezzeria. Compare giustamente vestita da fatina buona, se lo merita, e si mettono distesi sul letto per guardarsi la registrazione.

Niente da fare: nella registrazione non si sente l'audio, a causa un errore tecnico di Camilla. Bernardo non ne può più e gliene dice di tutti i colori. Camilla va in camera sua a vestirsi da sera per recuparare ed andare insieme al Ritz ma... ma... arriva Adriana, quella del francese in tuta mimetica. Vuol tornare con Bernardo, non c'è verso, sente che è l'uomo giusto per lei.

Camilla esce umiliata dalla camera; nel corridoio sente che Bernardo sta dicendo ad Adriana quel che pensa di lei: una poveretta... Scende per strada per prendere un taxi ed andarsene. Ma Bernardo, dalla finestra della camera, la vede sola in mezzo alla strada, e mentre Adriana fa la doccia se la svigna e sale sul taxi anche lui dicendo all'autista: "Al Ritz!"

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Le coppie nel cinema: Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1) 5 Feb 2010 4:00 AM (15 years ago)

Margherita Buy in "Maledetto il giorno che t'ho incontrato"

Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992) di Carlo Verdone Sceneggiatura di Carlo Verdone, Francesca Marciano Con Carlo Verdone (Bernardo Arbusti), Margherita Buy (Camilla Landolfi), Elisabetta Pozzi (Adriana), Giancarlo Dettori (Attilio), Stefania Casini (Clari), Renato Pareti (Loris), Dario Casalini (Flavio), Alexis Meneloff (Prof. Altieri) Musica: Fabio Liberatori Brani di Jimi Hendrix: "Stone Free", "The wind cries Mary", "Foxy lady", "Catfish blues" Fotografia: Danilo Desideri (112 minuti) Rating IMDb: 6.9

Solimano

Bernardo Arbusti (Carlo Verdone), che vive a Milano, fa spesso un sogno spiacevole verso mattina: i genitori lo rimproverano perché nella vita non sta facendo quello che volevano loro. A quasi quarant'anni, Bernardo ha un ridicolo codino e un abbigliamento giovanilistico. Scrive biografie dei divi del rock, adesso ha in mente un grosso colpo: la biografia di Jimi Hendrix (quelli come Bernardo hanno sempre in mente il grosso colpo che non arriva mai).

Però, sentimentalmente, Bernardo è a posto: vive con Adriana (Elisabetta Pozzi) di cui è innamoratissimo. Oggi Adriana tornerà da un tour sul Mar Rosso (lavora nella stampa) e Bernardo, uscendo di casa, appiccica un biglietto carino alla porta per salutarla.

Bernardo ha un piccolo sancta sanctorum in cui tiene le fotografie più care, ecco la foto di Adriana, che però non c'è ancora. Al suo posto, arriva il postino con una busta: dentro c'è una cassetta registrata e Bernardo si mette ad ascoltarla preoccupato, perché la cassetta arriva da Adriana.

E Adriana spiega nella cassetta (quella vigliacca ha evitato il faccia a faccia) come qualmente fra loro due è finito tutto, addentrandosi in considerazioni riduttive sulla personalità di Bernardo. Dice anche che fra loro due, dal punto di vista sessuale, ormai è una minestra riscaldata. Per completezza di informazione aggiunge che ha un nuovo uomo: il giornalista francese in tuta mimetica che si vede nella foto con Adriana, in mezzo al sancta sanctorum.

Bernardo, prima della ferale notizia, aveva partecipato ad una trasmissione TV in cui aveva anticipato che nella biografia di Jimi Hendrix ci sarebbe stato un grosso scoop riguardante le circostanze della morte di Hendrix (notte del 18 settembre 1970 al Samarcand Hotel di Londra). E' una balla, Bernardo non ha niente in mano, dovrebbe andare in Inghilterra, ma dopo la botta sentimentale ha paura di volare, paura di tutto, si riempie di psicofarmaci, tarda aggli appuntamenti e parla a voce troppo forte nel ristorante. Loris (Renato Pareti), che lavora per l'editore e Clari (Stefania Casini) si accorgono che Bernardo è del tutto inaffidabile. Clari fa lo spelling di una parola: a-na-li-si. Bernardo andrà da uno psicanalista (da 80 sacchi alla seduta).

E qui entra in scena Camilla Landolfi (Margherita Buy), un'attrice giovane (non giovanissima). Nelle due immagini, sembra l'immagine della felicità. Non è così: sta girando uno spot pubblicitario che giungerà al quarantacinquesimo ciak: una volta Camilla sbaglia il nome del prodotto, una volta lo rovescia sul tavolo, una volta litiga con gli altri attori (compresi i bambini)... Insomma, anche Camilla va da uno psicanalista, quello da cui sta cominciando ad andare Bernardo. Solo che Camilla ci va da cinque anni.

Ecco Camilla dallo psicanalista, il Professor Altieri (Alexis Meneloff). Dovrebbe essere l'ultima seduta, Altieri dice che quello che è fatto è fatto, di più non si può. Camilla, senza se e senza ma, passa dal lei al tu e dice ad Altieri che si è innamorata di lui e che adesso, su questa nuova base, il rapporto fra loro proseguirà e sarà molto meglio di prima. Camilla è molto decisa, non vede gli ostacoli, non accetta alternative a quello che vuole lei, ed Altieri fatica a farla uscire dallo studio. In un certo senso, è vero quello che le dirà Bernardo: "Te posso dì na cosa? Tu non sei da analisi, sei da ricovero, ma de quelli immediati!!!"

Anche Bernardo è un po' fuori, però. Pensa di rispondere alla cassetta audio di Adriana con una cassetta video, in cui, vestito di un accappatoio bianco, racconta la sua nuova vita ad Adriana, dicendo che ha un'altra donna più giovane di Adriana, che va benissimo etc etc . Il poveretto pensa in tal modo di ingelosire Adriana e di farla tornare a lui... salvo mettersi a piangere come un disperato appena ha finito di registrare la cassetta (ci ha messo due giorni di prove e controprove).

E' Camilla a tampinare Bernardo, sulle scale del palazzo dove c'è lo studio di Altieri. Vuole che nasconda una sua lettera ad Altieri in una cartella d'archivio che lui consulta spesso (Altieri ha troncato ogni rapporto con lei). Bernardo cerca di sottrarsi, ma è tale la determinazione di Camilla che lo fa, ed i due cominciano a frequentarsi e raccontandosi reciprocamente progressi/regressi. Ma soprattutto si scambiano psicofarmaci. Durante una spesa al supermercato, Camilla racconta a Bernardo che, spacciandosi per una giornalista, è riuscita a parlare con la moglie di Altieri, che le ha detto che, dal punto di vista sessuale, il suo rapporto col marito è ormai una minestra riscaldata. A questo punto, ricordandosi ciò che gli aveva detto Adriana nella cassetta audio (sempre sul tema minestra riscaldata), Bernardo sviene nel supermercato.

Anche Bernardo si dà da fare, per recuperare con Adriana, che deve passare da lui per ritirare la sua roba. Bernardo la convince a fermarsi per cena, cosa che Adriana accetta, però con una smorfia. Proprio quando Bernardo mette in azione il suo piano di riconquista (che non avrebbe comunque nessuna probabilità di successo), arriva inattesa Camilla, che sente assoluta necessità di un certo tipo di psicofarmaci ed invade la casa, andando poi nel bagno da cui non riesce ad uscire. E' un'ottima occasione per Adriana, che se ne va per i fatti suoi, prendendosi anche la soddisfazione di rimbrottare Bernardo. In casa rimane l'ingenua ed invadente Camilla (non so fino a che punto ingenua...)
(continua)


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Visitatori di gennaio 2010 2 Feb 2010 4:45 AM (15 years ago)

Anna Maria Pierangeli e Paul Newman
nel film "Lassù qualcuno mi ama" (1956) di Robert Wise

Solimano

Sparimento un modo nuovo, per le immagini del post sui visitatori del mese di gennaio. Raccontare un film solo attraverso le immagini, salvo una spiega all'inizio ed una alla fine del post. Il film è "Somebody Up There Likes Me" (1956) di Robert Wise. In italiano: "Lassù qualcuno mi ama". Non racconto tutto il film, ma il rapporto fra il teppista-gangster-disertore-pugile Rocky (Paul Newman) e la ragazza che diviene sue moglie, Norma (Anna Maria Pierangeli). Rocky viene redento dal pugilato e da Norma. Mi rifiuto di chiamare Pier Angeli l'attrice Anna Maria Pierangeli (non lo merita). Le immagini sono disposte in ordine cronologico, salvo le due di apertura del post. Il post avrà anche l'etichetta: Le coppie nel cinema. Fine della spiega iniziale.


Vengo ai visitatori di gennaio.
Nella prima evidenza statistica sono indicati i post che hanno avuto in gennaio più richieste per pagina, non considerando però i post con tempo medio di permanenza inferiore al minuto. Di fianco al nome del post, riporto il numero di richieste per pagina:

1. Le sirene nel cinema: 2691

2. Sophie Marceau (ritratti di signore): 644

3. Gina Lollobrigida (ritratti di signore): 384

4. Le immagini di Pinocchio (fumetti 2009-1): 343

5. I tre moschettieri: 313

6. Il tempo delle mele (la moda nel cinema): 248

7. Emanuele Luzzati: figure incrociate (fumetti 2009): 246

8. Le immagini di Pinocchio (fumetti 2009-4): 229

9. Giulietta e Romeo (la pittura nel cinema-2): 227

10.Le immagini di Pinocchio (fumetti 2009-3): 199

10.Jona che visse nella balena: 199

12.Giulietta e Romeo (la pittura nel cinema-1): 195

Due osservazioni.
Il risultato del post Le sirene nel cinema, molto alto da mesi e mesi, è rafforzato dal tempo medio di permanenza (1.20), mentre ci si aspetterebbe che con richieste per pagina così elevate ci fosse una maggiore percentuale di visite fuggitive. Questo dato si rafforza estendendo l'esame ai post successivi: sono più frequenti le richieste per pagina superiori al minuto che quelle inferiori. Può essere che ciò sia dovuto al fatto che i post usciti nell'ultimo anno sono più lunghi e più ricchi di immagini di quelli che mettevamo prima. Quindi il dato "richieste per pagine" è stabile, mentre il dato "tempo medio di permanenza" è crescente.
C'è una sinergia fra post che trattano lo stesso argomento. Evidenti i casi Sophie Marceau (aiutata da un passaggio TV...) e Pinocchio. Dall'evidenza statistica che segue appare anche un caso Giulietta e Romeo (il film di Renato Castellani). In pratica, accade che i visitatori arrivino ad un post, poi estendano la ricerca ai post con la stessa etichetta. Anche per i Ritratti di signore e per i fumetti succede la stessa cosa. Il risultato del post su Jona che visse nella balena va collegato al Giorno della Memoria (27 gennaio).


Nella seconda evidenza statistica compaiono post con minori richieste per pagina rispetto alla prima, però con tempo medio di permanenza superiore a due minuti. In questa evidenza, dopo il nome dei post viene riportato il numero di richieste e il tempo medio di permanenza, espresso in minuti e secondi.

1. Le immagini di Pinocchio (fumetti 2009-2): 172 2.08

2. Asterix e Obelix Missione Cleopatra (la moda nel cinema): 139 2.37

3. Bianca (4): 121 2.05

4. Meg Tilly (ritratti di signore): 111 2.27

5. Cercando di farcela: 87 5.07

5. Giulietta e Romeo (la moda nel cinema-2): 87 2.49

7. Io non ho paura: 82 2.08

8. L'ape regina: 81 2.33

8. Amici miei (Firenze nel cinema-2): 81 2.08

10.Audrey in Paris (Parigi nel cinema): 79 3.23

11.Riccardo Mannelli (Fumetti 2009): 75 2.03

12.Zardoz (Le coppie nel cinema): 74 5.16

Sono particolarmente attento al dato del tempo medio di permanenza perché è un indizio di fidelizzazione dei visitatori al blog. In tal modo dipendiamo di meno dal buon volere di Google o da eventi occasionali (come la trasmissione TV del film). Occasionali per modo di dire, visto che ogni mese ci sono tre o quattro casi con punte di visite concentrate in due giorni: quello della proiezione del film e il giorno dopo.


Nel mese di gennaio le Visite sono state 26.541 e le Pagine viste sono state 42.816.
Le Visite dall'estero di gennaio sono state il 14,48% del totale. Un dato molto soddisfacente, anche se abbiamo avuto qualche volta percentuali più alte.
Numero di visite dei paesi che ci visitano di più: Stati Uniti 564, Francia 470, Germania 339, Svizzera 294, Spagna 226, Inghilterra 204, Romania 196, Canada 106.
Mi auguro che nei prossimi mesi continui così, sapendo benissimo che non sono in grado di mettere nel blog più di due post alla settimana (massimo tre).


Il film "Somebody Up There Likes Me" (1956) di Robert Wise è tratto dall'autobiografia del pugile Rocky Graziano (scritta in collaborazione con Rowland Barber). La sceneggiatura è di Ernest Lehman. Nel cast, oltre a Paul Newman e Anna Maria Pierangeli, ci sono altri nomi noti: Eileen Heckart e Sal Mineo. Le due parti più importanti avrebbero dovuto farle James Dean (che morì il 30 settembre 1955 in un incidente d'auto) ed Eva Marie Saint. E' il film del debutto di Steve McQueen. L'attuale rating IMDb è 7.4.
E' impressionante il numero di film importanti con al centro il boxing. Faccio alcuni nomi, così come mi vengono: Fat City, Gangs of New York, Pulp Fiction, Fight Club, City Lights, Raging Bull, The Quiet Man, Cool Hand Luke, Rocky...
In Italia, almeno Rocco e i suoi fratelli, I soliti ignoti, Io la conoscevo bene, I mostri.


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Marcel Proust a fumetti 30 Jan 2010 3:30 AM (15 years ago)


Solimano

Alcuni anni fa, aggirandomi nel bel sito Marcel Proust di Gabriella Alù giunsi qui: Proust a fumetti! La cosa mi divertì, anche perché non ci vedevo niente di male (a differenza di Le Figaro...).
Circa un mese fa, alla Biblioteca di Lissone, dopo aver preso i cinque DVD della settimana, guardai con attenzione gli scaffali dei libri di fumetti. Ho intenzione di continuare anche nel 2010 con i post sui fumetti, che tante soddisfazioni ci hanno dato in questi tre anni. Grande è stata la mia sorpresa nel trovare il libro con Marcel Proust a fumetti nella stanza dedicata ai bimbi più piccoli... Vabbè che è bene che ci si accosti ai classici da giovani, ma non lo vedo ancora un bimbo con la Recherche - sia pure a fumetti - vicina al sillabario. Ecco i dati riassuntivi del libro:
Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto La strada di Swann Prima parte: Combray
Adattamento e disegni di Stéphane Heuet Colore Véronique Doray Grifo Edizioni 2002 - 80028 Grumo Nevano - Na.
In questi anni Stéphane Heuet ha pubblicato altri due libri, sta andando avanti magnis itineribus o quasi. Ci sarà modo di scriverne in futuro.
Cosa penso di Stéphane Heuet? Che è un buon disegnatore ed un ottimo organizzatore delle pagine che disegna. Che ha letto certamente Proust, non ho trovato svarioni, né alterazioni cronologiche. Che il suo è un lavoro gradevole ed utile. Inevitabilmente, viene voglia di prendere in mano per l'ennesima volta la Recherche (quella di Proust...).
Per questo post, seguo una modalità che ho adottato alcuni mesi fa per una operazione in fondo analoga: due post per un film sull'Inferno di Dante Alighieri. Il film di Giuseppe Berardi fu realizzato nel 1911 e... dura 15 minuti (!). Misi una serie di fermo-immagine tratti dal film con sotto i versi di Dante. I visitatori sono stati più di quelli che immaginavo. E qui, sotto ad alcuni disegni di Stéphane Heuet inserisco i brani di Marcel Proust che trovo più corrispondenti. Un modo in apparenza facile, ma non del tutto semplice. Utilizzo la traduzione di Natalia Ginzburg Editore Einaudi, 1963. E' opportuno ampliare le immagini, se si vogliono leggere i testi... anzi... ehm... il lettering!

E, appena suonavano per la cena, ero ansioso di correre in sala da pranzo, dove la grossa lampada sospesa, che nulla sapeva di Golo e di Barbablu, e conosceva i miei e lo stufato, spandeva la sua luce di tutte le sere; e di cadere nelle braccia della mamma, che le sciagure di Genoveffa di Brabante mi rendevano più cara, mentre i misfatti di Golo m'inducevano ad esaminare con maggiori scrupoli la mia propria coscienza.

La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio appena fossi stato a letto. Ma quel "buona notte" era di così breve durata, ella ridiscendeva così presto, che il momento in cui la sentivo salire, poi quando passava nel corridoio dalla doppia porta il rumore leggero della sua veste da giardino di mussola azzurra, dalla quale pendevano cordoncini di paglia intrecciati, era per me un momento doloroso. Annunciava quello che l'avrebbe seguito, in cui lei mi avrebbe lasciato, e sarebbe ridiscesa.

Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate "maddalenine", che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d'una conchiglia di san Giacomo. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppatp un pezzo di "maddalena". Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa.

Infatti, a una base permanente di uova, di costolette, di patate, di conserve, di biscotti, che non ci annunziava neppure più, Françoise aggiungeva, - a seconda dei lavori dei campi e dei frutteti, delle vicende della pesca, dei casi del commercio, delle cortesie dei vicini e del suo genio, talché il nostro menu, come quei quadrifogli che nel secolo XIII si scolpivano sulla porta maggiore delle cattedrali, rifletteva un poco il ritmo delle stagioni e gli episodi della vita, - una sogliola, perché la pescivendola gliene aveva garantita la freschezza; un tacchino, perché ne aveva visto uno bello al mercato di Roussainville-le-Pin; dei cardi con la salsa, perché non ce li aveva ancora serviti in quella maniera; del castrato arrosto, perché l'aria aperta fa un vuoto e per le sette c'era bene il tempo di mandarlo giù; spinaci, per mutare; albicocche, perché erano ancora una rarità; ribes, perché fra quindici giorni non ce ne sarebbe stato più; fragole portate apposta da Swann; ciliegie, le prime che venissero dal ciliegio del giardino dopo due anni che non ne aveva più date; formaggio di panna che mi piaceva molto una volta; un dolce di mandorle, perché il giorno prima l'aveva ordinato; una focaccia, perché era il nostro turno di offrire.

Qualche giorno dopo, incontrato fuori lo zio, che passava in carrozza aperta, provi un dolore, una riconoscenza, un rimorso che gli avrei voluto esprimere. In confronto della loro immensità mi parve che una scappellata sarebbe stata meschina, ed avrebbe potuto far supporre allo zio ch'io non mi credessi debitore verso di lui che d'una comune cortesia. Risolsi d'astenermi da quel gesto insufficiente e volsi la testa. Lo zio penso che in questo seguissi gli ordini dei miei, non lo perdonò loro, ed è morto parecchi anni dopo senza che nessuno di noi lo abbia riveduto.

Quando il tempo è sereno si può vedere fino a Verneuil. Soprattutto si abbracciano in un sol tempo con gli occhi cose che d'abitudine è impossibile se non una senza l'altra, come il corso della Vivonne e i fossati di Saint-Assise-lès-Combray, dai quali è divisa da una cortina d'alberi alti e ancora come i vari canali di Jouy-le-Vicomte (Gaudiacus vice comitis, come sapete). Ogni volta che sono andato a Jouy-le-Vicomte, ho visto sì una parte del canale, poi, se svoltavo in una via, ne vedevo un'altra, ma allora non vedevo più la precedente. Dal campanile di Saint-Hilaire è un'altra cosa: tutta una rete in cui la località è presa.

Quell'anno, quando un po' prima del solito, i miei ebbero fissato la data del ritorno a Parigi, la mattina della partenza, poiché per fotografarmi m'avevano fatto arricciare i capelli, e mettere con cautela un cappello che non avevo ancora mai portato, e indossare un cappottino di velluto, dopo avermi cercato dappertutto, mia madre mi tovò in lacrime sul breve pendio vicino a Tansonville, nell'atto di dire addio ai baincospini, mentre circondavo con le braccia i rami pungenti, e, come una principessa da tragedia a cui pesassero quei vani ornamenti, ingrato verso la mano importuna che formando tutti quei nodi aveva preso cura di compormi i capelli sulla fronte, calpestavo i diavoletti che m'ero strappati e il mio cappello nuovo.

Quel sorriso cadde su di me che non l'abbandonavo con gli occhi. Allora, ricordando lo sguardo che aveva indugiato su di me durante la messa, azzurro come un raggio di sole che traversasse la vetrata di Gilberto il Malo, mi dissi: "Certamente mi osserva". Mi immaginai di piacerle, mi figurai che avrebbe pensato ancora a me dopo lasciata la chiesa, e che per causa mia sarebbe stata triste la sera a Guermantes.

Così me ne stavo spesso fino al mattino a pensare ai tempi di Combray, alle mie tristi sere senza sonno, a tanti giorni anche di cui l'immagine m'era stata più recentemente restituita dal sapore - a Combray avrebbero detto "profumo" - d'una tazza di tè, e per associazione di ricordi a quanto avevo appreso, molti anni dopo lasciata quella cittadina, intorno ad un amore di Swann anteriore alla mia nascita, con quella esattezza di particolari più facile di ottenere qualche volta per la vita di persone morte da secoli fa che non per quella dei nostri migliori amici, e che sembra impossibile come sembrava impossibile parlarsi da una città all'altra, finché si ignora il mezzo di eludere quell'impossibilità.

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Gli animali nel cinema: Umberto D. 26 Jan 2010 2:04 PM (15 years ago)

Flaik, il cane di Umberto D.

Umberto D. di Vittorio De Sica (1952) Storia e sceneggiatura di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica Con Carlo Battisti (Umberto Domenico Ferrari), Maria Pia Casilio (Maria, la servetta), Lina Gennari (Antonia, la padrona di casa), Ileana Simova ( La donna nella camera di Umberto), Elena Rea (La suora all' ospedale), Memmo Carotenuto (Il degente all' ospedale), Alberto Albani Barbieri (L'amico di Antonia) Fotografia: Aldo Graziati Musica: Alessandro Cicognini (89 minuti) Rating IMDb: 8.3

Solimano

Alla manifestazione dei pensionati nel centro di Roma partecipa anche Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti) che ha in mano un guinzaglio e una museruola. Ha portato con sé il cane Flaik. La polizia interviene per sciogliere d'autorità il corteo e ci sarà un fuggi fuggi generale.

Umberto prende in braccio Flaik e si rifugia in un androne con un altro pensionato. Adesso può respirare e anche Flaik è tranquillo. Poi Umberto va alla mensa dei poveri e fa una cosa scorretta: nasconde Flaik sotto il tavolo passandogli il suo piatto. Viene rimproverato e gli si dice che se continua così non potrà più accedere alla mensa.

Umberto abita in via San Martino della Battaglia 14. E' un pensionato del Ministero dei Lavori Pubblici; la sua pensione ammonta a 18.000 lire al mese, ma non gli basta. Andando a casa, vende il suo orologio per 3.000 lire. Lo attende una sorpresa: la sua stanza in affitto è occupata. Antonia, la padrona di casa (Lina Gennari) l'ha data in uso a pagamento ad una coppia irregolare. Umberto protesta, ma la padrona prende lo spunto per dirgli che Umberto deve pagare gli arretrati. Umberto offre le 3.000, ma la donna rifiuta: vuole che paghi tutto e subito. Umberto si sfoga con Maria, la servetta (Maria Pia Casilio) che gli è amica, ma ha un problema anche lei, quello di essere incinta. Non sa se il padre del nascituro è il militare di Firenze o quello di Napoli. L'unico contento è Flaik: gli danno da mangiare, Umberto lo fa giocare (invece di leggere il libro), può mettersi sul letto di Umberto, il posto preferito. C'è una passeggiata serale: Umberto, che teme lo sfratto, vende il bel libro ad una edicola che commercia in libri usati. Gli danno 2.000 lire. Tramite Maria, che gli fa da ambasciatrice, offre 5.000 lire alla padrona che continua a rifiutare: o paga tutto (mi sembra che fra le 10.000 e le 15.000 lire) o c'è lo sfratto. A Umberto quella notte viene la febbre.

Umberto approfitta della febbre per farsi ricoverare in ospedale (dove non si spende niente). Prima di uscire con i portantini, spega ad uno di loro che è meglio che faccia giocare Flaik con la palla, così il cane si distrae, altrimenti gli verrebbe dietro. Durante i pochi giorni che Umberto passa all'ospedale, non vede Flaik, salvo una volta in cui Maria è venuta a trovarlo ed ha lasciato Flaik ad uno dei due militari che l'aspetta per strada. Umberto apre la finestra della corsia per farsi sentire da Flaik, ma le proteste dei degenti lo costringono a chiuderla subito.

Brutta sorpresa per Umberto, all'uscita dall'ospedale: Flaik a casa non c'è. Capisce che è stata la padrona a lasciare la porta aperta, sperando di liberarsi prima del cane e poi di Umberto. Maria non sa nulla, persa nei suo problemi da cui non sa uscire (prova anche un rudimentale tentativo d'aborto). Umberto prende un tassì per correre al canile municipale. Impara che i cani accalappiati, se non si presenta in pochi giorni il richiedente - che comunque deve pagare la multa - vengono eliminati col gas. Con l'ultimo arrivo dei cani presi quel giorno, Umberto ha la la gioia di ritrovare Flaik.

Prima di entrare in casa, Umberto si prende una soddisfazione: vede scendere dalle scale la padrona con il suo amico (Alberto Albani Barbieri) e gli butta il cane fra i piedi. I muratori sono al lavoro nella stanza, ormai non più sua, che fare?

Chiedere l'elemosina ai passanti, ecco. Umberto ha visto come fanno alcuni conoscenti della mensa dei poveri: tende la mano, ma la vergogna è troppa, non ce la fa a tenere la palma aperta. Ma c'è Flaik! Ed ecco Flaik col cappello in mano davanti al Pantheon. Passa di lì un collega del Ministero e guarda meravigliato la scena. Umberto racconta che il cane sta giocando, l'altro guarda il cane e chissà cosa pensa. Niente elemosine.

Seduto sul letto coperto dai giornali - i muratori lavorano - Umberto prende una decisone che riguarda solo lui. Dice a Maria che se ne andrà di lì definitivamente. Mette in una valigia le poche robe che ha (però bene ordinate), e se ne va con Flaik, che vorrebbe lasciare in un ostello per cani. Ma è un posto brutto, ci sono cani grossi di cui Flaik ha paura e i soldi che vorrebbe lasciare basterebbero alla pigione di un mese o due. Umberto va in un giardino pubblico. Una bambina gioca con Flaik. Umberto cerca di fare in modo che la bambina si affezioni e tenga il cane, ma i parenti della bambina non ne vogliono sapere.

Vicino a quel giardino c'è la ferrovia. L'intenzione di Umberto era di buttarsi sotto un treno per farla finita. A questo punto, non resta che prendersi in braccio il cane ed aspettare che passi il treno definitivo per tutti e due. Ma Flaik capisce e scappa quando sta arrivando il treno. Umberto gli va dietro.

Flaik non si fida del padrone, si nasconde dietro un pino. Umberto capisce che occorre pazienza e ci prova con una gran pigna, che butta come fosse una palla. Finalmente Flaik si fa coinvolgere e si riavvicina ad Umberto. Il film finisce mentre Umberto e Flaik stanno giocando insieme.

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Le attrici di Rohmer (3) 22 Jan 2010 1:00 AM (15 years ago)

Amanda Langlet (Margot) in "Conte d'été" (1996)

Solimano

Dico subito che in questo terzo post sulle attrici di Eric Rohmer mancano le attrici dei suoi ultimi due film: "Triple agent" (2004) e "Les amours d'Astrée et de Céladon" (2007). Il motivo è semplice: questi due film non li ho ancora visti. Le immagini le avrei, con un po' di fatica riuscirei anche a identificare le singole attrici, ma non a personalizzare le immagini sulla base della mia esperienza in presa diretta del film (presa nel senso che sono io ad essere preso dal film, non viceversa). Quindi mi concentro su due film, che ho visto e rivedrò ancora: "Conte d'été" (1996) e "Conte d'automne" (1998).

Amanda Langlet in "Conte d'été" (1996)

Margot (Amanda Langlet) fa la cameriera estiva nella pensione della zia. Ci tiene però che si sappia che studia da etnologa ed antropologa. Il suo ragazzo è in Polinesia. E' lei che si dà da fare per conoscere Gaspard (Melvil Poupaud) dopo averlo notato seduto da solo al tavolo nella pensione.

Gwenaëlle Simon in "Conte d'été" (1996)

Solène (Gwenaëlle Simon) è la bella ragazza mora che nota Gaspard una sera in un ballo all'aperto. Margot, che fa l'amica di Gaspard, lo avverte, ma sarà Solène, come ha fatto Margot, a fare il primo passo con Gaspard.

Aurelia Nolin in "Conte d'été" (1996)

Lena (Aurelia Nolin) è la ragazza di Gaspard che (dopo essersi fatta aspettare un bel po') arriva al mare proprio quando Gaspard sta andando avanti con Solène. Carattere dominante (sta per iniziare gli studi all'ENA), tende a maltrattare Gaspard, salvo restarci male quando si rende conto dei rapporti che Gaspard ha con Margot e Solène.


Due altri momenti del film.
Margot, che fa la parte dell'amica di Gaspard, rimane sorpresa quando incontra Gaspard e Solène in macchina insieme. Gaspard sorride imbarazzato, quella che ha capito del tutto la situazione è Solène.
Solène e Gaspard insieme. Solène impara (e canta) una canzone scritta da Gaspard, che è matematico ma anche musicista.
Come finisce il film? Gaspard, indeciso fra le tre ragazze, trova la soluzione nella telefonata di un amico, che gli dice che ha trovato finalmente il registratore professionale che cercava. Due lettere, una a Lena, l'altra a Solène. Una passeggiata con Margot e Gaspard se ne va, avendo (forse) imparato qualcosa: di matematica e di musica sa, un po' meno di rapporti sentimentali.
Tre piccole carriere in cinema e in TV per Amanda Langlet, Gwenaëlle Simon e Aurelia Nolin.

Ecco Rohmer durante le riprese del film "Conte d'été". Attorno a lui ci sono gli interpreti del film, dietro, una magnifica location bretone, fra Dinard e Saint-Malò.

Le tre attrici di "Conte d'automne" (1998):
Béatrice Romand, Marie Rivière, Alexia Portal

In "Conte d'automne", la libraia Isabelle (Marie Rivière) vorrebbe che la sua amica vignaiola Magali (Béatrice Romand), che è vedova e sola, trovasse marito, e mette, ad insaputa di Magali, una inserzione matrimoniale su un giornale. Anche Rosine (Alexia Portal) la morosa del figlio di Magali, vorrebbe la stessa cosa, e cerca di favorire la nascita di un rapporto fra Magali ed Étienne (Didier Sandre), un professore di filosofia con cui Rosine ha avuto una relazione. All'inserzione sul giornale risponde Gérald (Alain Libolt). Al primo appuntamento va Isabelle, che finge di essere lei, quella che cerca marito.

La delicata situazione di Rosine, che è la morosa del figlio di Magali (ma forse vuole più bene a Magali che al moroso) e che cerca di spingere Étienne verso Magali. In fondo, Étienne, più interessato alla vigna che alla vignaiola, vorrebbe proseguire la relazione con Rosine.

Delicata anche la situazione di Gérald, di Isabelle e di Magali. Perché Gérald è molto attratto dalla bionda Isabelle, quindi ci rimane un po' male quando deve dirottare le sue aspettative verso la mora Magali. La cosa si complica, perché Magali, per un equivoco, crede di capire che ci sia qualcosa fra Isabelle e Gérald, cosa non vera ( o no? potrebbe essere, sotto sotto, che Isabelle ci tenesse anche lei, a Gérald). Alla fine del film, sembra che tutto si aggiusti, ma non è detto... chi lo sa?
Di Marie Rivière e Béatrice Romand ho già detto. Alexia Portal sta facendo un'ottima carriera. Ha già fatto più di venti film.

Lucy Russell in "L'anglaise et le duc" (2001)

Due immagini di Grace Elliot (Lucy Russell) nel film "L'anglaise et le duc" (2001). Una nobildonna inglese (un po' demi-monde) che si trova coinvolta nella Rivoluzione Francese. Piccole parti nel film le fanno Charlotte Véry, Rosette e Marie Rivière. Ottima la carriera di Lucy Russell, quasi trenta film.

Chiusura con tre immagini:
-il momento in cui compare il raggio verde.
-Eric Rohmer sta per dare il ciak in "Conte d'hiver".
-la felicità amorosa estiva, proprio all'inizio di "Conte d'hiver".




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La nonnetta Sophie 18 Jan 2010 3:00 PM (15 years ago)


Barbara

Roby ha scritto su Stanze all'aria un bel post riguardante il tema della giovinezza e della vecchiaia così come vengono trattati normalmente nella tradizione delle favole occidentali e leggendolo mi è venuto in mente uno dei miei film d'animazione preferiti, "Il castello errante di Howl" di Hayao Miyazaki.

Miyazaki ha sempre avuto un occhio di riguardo per la vecchiaia nelle sue opere, fin da quelle giovanili, ma è in questo film che riesce ad esprimere in pieno la sua visione.
Quando dico visione non lo faccio a caso, perchè la sceneggiatura del film non è rigorosa, molti sono i punti lasciati in sospeso e il finale è quanto mai approssimativo e veloce. Ma chi ama questo regista sa che c'è da mettersi in cuore soprattutto di vedere, e solo in un secondo momento ragionare. Miyazaki comunica con le immagini, non con gli intrecci, e perciò poco gli importa se, ad esempio, il personaggio dello spaventapasseri ha un epilogo frettoloso, molto probabilmente quando ha deciso di inserirlo aveva in mente la scena dei panni stesi al sole e quella dell'ombrello, due momenti in cui traspare l'entusiasmo di questa strana Testa di Rapa nel rendersi utile. Le spiegazioni ci sono, ma sono secondarie.
Riassumo in breve la trama: Sophie è una ragazza piuttosto seriosa (e un pochino lugubre, diciamola tutta) che vive facendo la cappellaia nel negozio che fu di suo padre. Non ha aspettative e non desidera niente di più, perchè un forte senso del dovere la tiene legata a quello che era il sogno di suo padre.
Una strega cattiva, per dispetto, le lancia una maledizione e la trasforma in vecchia.


Da qui Sophie inizia un lungo viaggio nel tentativo di ritrovare la strega e spezzare l'incantesimo. Si imbatterà nel castello errante di Howl, vivrà parecchie avventure, conoscerà personaggi bizzarri, farà amicizia con lo spaventapasseri Testa di Rapa e troverà anche l'amore.
Il film è bellissimo e abbraccia tanti temi cari all'autore e che già abbiamo visto altre volte nei suoi lavori: l'assoluta e totale condanna per la guerra, l'amore per la natura, la passione per i marchingegni, la ricerca di se stessi.
Ma la genialità stavolta sta proprio nella maledizione di Sophie: la vecchiaia. Solo che per Sophie l'essere diventata una vecchietta paradossalmente diventa un trampolino per poter fare tutte le cose che come giovane non aveva il coraggio di tentare. "Il vantaggio di essere vecchi è che non si ha nulla da perdere" dice, e così intraprende un viaggio, si reca a colloquio in un palazzo reale, si intrufola nel castello errante, si impone a Howl (noto e temibile stregone) e fa mille altre cose con risolutezza e decisione, con coraggio e allegria.


Sophie da vecchia è incontenibile, grintosa, dolce e bella. Sì, bella, perchè dopo un po' che la guardiamo veniamo così trascinati dalla sua tenacia e devozione da dimenticare le sue evidentissime rughe.
Miyazaki è un grande, perchè ci fa chiedere: ma quand'è che era veramente vecchia Sophie? Prima o dopo?

Forse è proprio questo il senso della sua maledizione, quello di mostrarci il vero spetto del suo animo, così è vecchia fintanto che ancora ha paura di se stessa, ma quando riesce a superare i suoi limiti allora sembra tornare giovane. Attenzione però: anche nel momento in cui riuscirà a spezzare l'incantesimo i suoi capelli resteranno bianchi, o come dice Howl "del colore delle stelle", perchè la saggezza raggiunta non è mica una cosa che può passare inosservata.


Segnalo, come sempre, le meravigliose musiche di Joe Hisaishi che stavolta si è scatenato in un valzer forse un tantino ripetitivo, ma tanto bello che va bene anche così. Lo trovate qui.
Qui invece c'è una delle mie scene preferite (purtroppo non sono riuscita a trovarla in italiano, e il doppiaggio è amatoriale), quella in cui Howl mostra a Sophie il suo giardino segreto. Mi fa pensare a questi quadri.


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Le attrici di Rohmer (2) 17 Jan 2010 11:00 AM (15 years ago)

Amanda Langlet e Arielle Dombasle
in "Pauline à la plage" (1983)

Solimano

Non completerò con questo post l'excursus sulle attrici presenti nei film di Erich Rohmer. Verrebbe troppo lungo; farò un altro post fra qualche tempo, forse con un taglio diverso.
L'impressione, a cui non avrei mai voluto arrivare, è che esista una specie di Rohmer touch: giovani o in età, belle o meno belle, famose o sconosciute, tutte queste attrici hanno qualcosa in comune, quando sono nei film di Rohmer: autenticità della storia individuale narrata, assenza di divismo, coinvolgimento ironico e lieve. Mentre guardiamo il film prevale il personaggio, dell'attrice ci ricordiamo dopo, magari senza saperne neppure il nome - a me è successo proprio così. Come se fossero gemme di un caleidoscopio, come se un solo film, fatto di circa trenta film, le comprendesse tutte. Come una ragnatela, ecco. La metafora usata in senso a volte laudativo a volte critico la vedo qui. Ma queste attrici, queste donne, non sono certo vittime, nella ragnatela...

Béatrice Romand e Arielle Dombasle
in "Le beau mariage" (1982)

Béatrice Romand e André Dussolier in "Le beau mariage" (1982)

In "Le beau mariage" (1982), Sabine (Béatrice Romand), finita la relazione con un uomo sposato, decide che è ora di trovarsi un buon marito. Punta Edmond (André Dussolier) che è cugino della sua amica Clarisse (Arielle Dombasle). Si comporta come se tutto fosse scontato, solo che scopre che Edmond proprio non ci pensa, non è innamorato di lei. Dopo averlo severamente sgridato, prende il treno, sentendosi umiliata e offesa, ma un giovane uomo la guarda interessato... e lì finisce il film.

Amanda Langlet in "Pauline à la plage" (1983)

Arielle Dombasle in "Pauline à la plage" (1983)

Rosette in "Pauline à la plage" (1983)

In "Pauline à la plage" Pauline (Amanda Langlet) è in vacanza al mare con la cugina Marion (Arielle Dombasle) divorziata da poco. Pauline è corteggiata da Sylvain (Simon de La Brosse), Marion da Henri (Féodor Atkine) e da Pierre (Pascal Greggory). Nel giro entra anche una ragazza, Louisette (Rosette), che fa la venditrice in spiaggia. La stagione finisce, tutti partono, e nessun rapporto continuerà. Rosette (Rosette Quéré) ha recitato fino al 2007 in circa sessanta film. E' comparsa in parti minori in altri film di Rohmer. Amanda Langlet ha recitato fino al 2000 in circa quindici film, fra cui alcuni di Rohmer. Una parte importante in "Cont d'été".
Pascale Ogier in "Les nuits de la pleine lune" (1984)

In "Les nuits de la pleine lune" (1984), Louise (Pascale Ogier), che vive con Remy ( Tchéky Karyo), decide di cambiar casa, ed ha rapporti con due uomini, Octave (Fabrice Luchini) e Bastien (Christian Vadim), trascurando Remy. Delusa, torna da Remi, ma adesso è lui a non volerla più. Per questo film, Pascale Ogier, figlia dell'attrice Bulle Ogier, vinse il premio per la migliore attrice al Festival di Venezia nel 1984. Morì poco dopo, il 25 ottobre 1984, per un attacco di cuore. Il giorno dopo avrebbe compiuto 26 anni.

Marie Rivière in "Le rayon vert" (1986)

In "Le rayon vert" (1986), Delphine (Marie Rivière), non sa come e dove passare le vacanze. Prima a Parigi, poi a Cherbourg, poi sulle Alpi. Non è contenta e cambia idea rapidamente. Infine, a Biarritz, un giovane appena conosciuto le mostra come il raggio del sole diventi per un attimo verde quando tramonta sul mare.

Joëlle Miquel in "Reinette e Mirabelle" (1987)

Jessica Forde in "Reinette e Mirabelle" (1987)

In "4 aventures de Reinette et Mirabelle", due ragazze diventano amiche. Sono Reinette (Joëlle Miquel), campagnola, e Mirabelle (Jessica Forde), parigina. Reinette è allegra, Mirabelle è malinconica. Decidono di prendere insieme un appartamento a Parigi dove debbono frequentare l'università, ma la convivenza è difficile. Joëlle Miquel ha recitato quasi solo in questo film, Jessica Forde ha interpretato una trentina di film.

Emmanuelle Chaulet e Sophie Renoir
in "L'ami de mon amie" (1987)

Blanche (Emmanuelle Chaulet) e Lea (Sophie Renoir) lavorano entrambe alla Défense. Sono amiche. Blanche confida a Lea che è innamorata di un ragazzo che non si accorge di lei. Lea cerca di aiutare Blanche, ma la conclusione sarà che con Blanche si mette il ragazzo di Lea, che si mette... col ragazzo di cui era innamorata Blanche. E tutto si aggiusta. Emmanuelle Chaulet dieci film, Sophie Renoir trenta film. Però io tifo per Emmanuelle.

Florence Darel e Anne Teyssèdre
in "Cont de printemps" (1990)

Jeanne (Anne Teyssèdre)insegna filosofia, Natacha (Florence Darel) è musicista. Nasce un complotto per cui Natacha vorrebbe far conoscere Jeanne a suo padre perché non ne sopporta l'amante. Anne Teyssèdre ha recitato in 15 fim, Florende Darel in 45. Recitano entrambe tuttora.

Charlotte Véry in "Cont d'hiver" (1992)

Félicie (Charlotte Véry) rimane incinta durante una estate al mare. Per un disguido, lei e il suo ragazzo non riescono a scambiarsi l'indirizzo. Passano cinque anni. Félicie sta allevando bene sua figlia, ed ha due uomini che le fanno la corte, un parrucchiere ed un intellettuale, ma quando, del tutto per caso, troverà il ragazzo di cinque anni prima (che non sapeva neppure che lei fosse rimasta incinta) Félicie non ha dubbi e sceglie lui. Trenta film per Charlotte Véry.

Arielle Dombasle
in "L'arbre, le maire et la médiatèque"(1993)

In "L'arbre, le maire et la médiatèque" (1993), c'è la lotta politica ed umana fra il sindaco socialista che vuole costruire una mediateca al posto di un albero secolare ed il sindaco, che difende l'albero. Fra di loro c'è Bérénice Beaurivage (Arielle Dombasle).

Clara Bellar in "Les rendez-vous de Paris" (1995)

Aurore Rauscher in "Les rendez-vous de Paris" (1995)

Veronika Johansson in "Les rendez-vous de Paris" (1995)

In "Le rendez vous de Paris" (1995) si intrecciano le storie di due ragazze rivali in amore (una delle due non sa se chi la segue è un corteggiatore o un borsaiolo), di un corteggiamento parolaio che non conduce a niente, salvo passeggiate in magnifici posti di Parigi, di un pittore che più che occuparsi dei quadri e della galleria, si occupa delle visitatrici, fra cui una svedese. Delle interpreti, Clara Bellar ha recitato in venti film, le altre solo in questo.

Sophie Renoir e Emmanuelle Chaulet
in "L'ami de mon amie" (1987)

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La attrici di Rohmer (1) 13 Jan 2010 2:01 PM (15 years ago)

Françoise Fabian, Marie-Christine Barrault ,
Jean-Louis Trintignant in "Ma nuit chez Maud" (1969)

Solimano

Se dovessi dire le prime tre cose che mi vengono in mente di Eric Rohmer, direi queste:
1. Che aveva una profonda cultura umanistica: professore di lettere e scrittore.
2. Che per molto tempo non ha fatto il regista, ma il critico.
3. Che ha iniziato a fare film attorno ai cinquant'anni.

Finirebbe qui? No. C'è un'altra cosa unica, di Rohmer: le attrici e i personaggi femminili dei suoi film. Alcune hanno avuto una carriera di successo, la maggioranza no, magari hanno fatto solo quel film di Rohmer. Ma non si dimenticano. Per questo scrivo due post, che non possono essere esaurienti. Seguo l'ordine cronologico.

Michèle Girardon e Jill Olivier

In "Le signe du lion" (1959), l'attenzione è tutta per il protagonista Pierre Wesserlin (Jess Hahn) il violinista che può diventare un affamato clochard o un milionario. Cathy (Jill Olivier) e Dominique Laurent (Michèle Girardon) sono due personaggi di contorno. In una piccola parte (la proprietaria dell'albergo) c'è anche Stéphane Audran. Jill Olivier è comparsa solo in questo film.

Claudine Soubrier

Michèle Girardon

In "La boulangère de Monceau" (1963), il protagonista (Barbet Schroeder) deve scegliere fra la fornaia Jacqueline (Claudine Soubrier) e la studentessa Sylvie (Michèle Girardon) di cui aveva perso le tracce. Sceglie Sylvie, alla fine, ma io ho tifato sempre per Jacqueline. Claudine Soubrier ha recitato solo in questo brevissimo film; è un'apparizione indimenticabile. Michèle Girardon negli anni successivi ebbe una buona carriera, interrotta dal suicidio con barbiturici nel 1975, a trentasette anni.

Catherine Sée

In "La carrière de Suzanne" (1963) i due studenti Bertrand (Philippe Beuzen) e Guillaume (Christian Charrière) credono di divertirsi con Suzanne (Catherine Sée), una ragazza che sembra facile e sprovveduta. Ma sarà Suzanne a prevalere. Catherine Sée ha recitato solo in questo film.

Haydée Politoff

In "La collectionneuse" (1967), Adrien (Patrick Bauchau) e Daniel (Daniel Pommereulle) sono un critico d'arte e un pittore, fra loro amici. Capita nella casa dove sono ospiti al mare una ragazza, Haydée (Haydée Politoff), disinvolta, che frequenta compagnie maschili che loro snobbano, ma anche qui, la naturalezza di Haydée la spunterà, sia con Daniel che con Adrien. Haydée Politoff ha recitato in una ventina di film (non di questo livello) fino al 1981.

Françoise Fabian

Marie-Christine Barrault

In "Ma nuit chez Maud" (1969), l'ingegnere Jean-Louis (Jean-Louis Trintignant) riesce a resistere alla libera e laica Maud (Françoise Fabian), perché vuole sposare Françoise (Marie-Christine Barrault), convintamente religiosa come lui. Alla fine del film scoprirà che le due donne hanno qualcosa in comune. Françoise Fabian ha avuto come attrice un notevole successo: ha recitato in più di novanta film e recita ancora. Stessa cosa per Marie-Christine Barrault: oltre cento film. E' stata l'ultima moglie di Roger Vadim.

Aurora Cornu

Béatrice Romand

Laurence de Monaghan

In "Le genou de Claire" (1970), sul lago di Annecy, l'addetto culturale Jerome (Jean-Claude Brialy) riallaccia l'amicizia con la scrittrice Aurora (Aurora Cornu), conosce una giovanissima amica di Aurora, che si chiama Laura (Béatrice Romand), ma è affascinato soprattutto dalla sorellastra di Laura, Claire (Laurence de Monaghan), o meglio dal suo ginocchio, che riuscirà a toccare alla fine del film. Aurora Cornu ha recitato solo in questo film (salvo una breve apparizione il "L'amour l'après midi" di Rohmer). Béatrice Romand ha avuto una buona carriera (quasi trenta film) ed ha recitato altre volte con Rohmer. Laurence de Monaghan è comparsa circa quindici volte fra cinema e TV, fino al 1979.

Zouzou

Françoise Verley

In "L'amour l'après-midi" (1972), Frédéric (Bernard Verley) lavora a Parigi. E' felicemente sposato con Hélène (Françoise Verley). Conosce Chloé (Zouzou), e ne è attratto, ma la ragazza è volubile. Frédéric non riesce a capire che intenzioni abbia Chloé. Quando finalmente tutto sembra andare a posto ed hanno deciso di fare l'amore quel pomeriggio, è Frédéric a sottrarsi, per tornare da Hélène. Zouzou (Danièle Ciarlet) è comparsa circa venti volte fra cinema e TV, fino al 1987. Françoise Verley ha recitato solo in questo film, salvo un'apparizione in TV due anni dopo.

Edith Clever

In "Die Marquise von O..." (1976), film tratto da Heinrich Von Kleist, una Marchesa tedesca (Edith Clever) rimane misteriosamente incinta. Scoprirà che il padre del nacituro è proprio un Conte russo (Bruno Ganz), che ha approfittato di lei mentre era svenuta, dopo averla salvata da soldati nemici. Edith Clever è soprattuto un'attrice teatrale, ed è comparsa spesso in TV. Molto poco al cinema.

Arielle Dombasle

Nel film "Perceval le Gallois" (1978), compare Arielle Dombasle, nel personaggio di Blanchefleur. E' il suo primo film. Ha recitato fino ad oggi in 115 film (considerando anche alcuni sceneggiati Tv). Compare in alcuni altri film di Rohmer.

Anne-Laure Meury

Marie Rivière

Nel film "La femme de l'aviateur" (1981), François (Philippe Marlaud) è un ventenne che lavora alle poste della stazione. Innamorato di Anne (Marie Rivière) che ha venticinque anni, ne è geloso e la segue per strada, per scoprire con chi Anne lo tradisce. Così conosce la quindicenne studentessa Lucie (Anne-Laure Meury), che lo aiuta nel suo pedinamento. François... avrà modo di diventare geloso anche di Lucie! Sia Marie Rivière che Anne-Laure Meury hanno recitato altre volte con Rohmer. Fra le due, la carriera più ricca di soddisfazioni l'ha avuta Marie Rivière.

Zouzou (Danièle Ciarlet) in "L'amour l'après-midi" (1972)

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Cercando di farcela 10 Jan 2010 1:20 PM (15 years ago)

"La maggior parte di noi vive sguazzando nelle fogne,
solo che alcuni stanno guardando le stelle
" (Oscar Wilde)

Vinicio Capossela

Cercando di farcela, di Peppe Barbera e Andrea Nataloni (2009) Con Paolo Mercuri, Andrea Bartolini, Mauro Cavalieri, Massimiliano Cardente, Stefania Menghini, Pietro Rocco, Daniele Morgoni, Andrea Croia, Chiara Postacchini, Sandro Tramandoni, Simone Forani, Claudio Bellandi Con l'introduzione di Vinicio Capossela Musiche: Duke Ellington, Art Tatum, Count Basie, Tom Waits (38 minuti circa)

Solimano

Così ha scritto il blog Hai da accendere:

SABATO 19 DICEMBRE 2009 ORE 21.30
TUTTI AL CINE-TEATRO CONTI, CIVITANOVA MARCHE, PER LA PRIMA DEL FILM
"CERCANDO DI FARCELA"

Ricordo che gli attori protagonisti del film sono i ragazzi diversamente abili del centro ANFFASS ONLUS di Civitanova Marche

Ho avuto la fortuna di vedere il film grazie al DVD che mi hanno donato Barbara e Claudio. Una fortuna, perché il breve film coinvolge, commuove, fa sorridere, anche ridere (ridere di cuore e di testa). L'idea di fare un film muto (una comica, come si diceva una volta), immerso però nelle musiche bellissime di Duke Ellington, Art Tatum, Count Basie, Tom Waits, di ambientarlo ad Ailati nel 1930, di utilizzare fra le comparse Buster Keaton e Charlie Chaplin, di tener presenti Federico Fellini e Jacques Tati (forse perfino il Baptiste di Les enfants du paradis), tutto trasmette una gioia creativa, un fare insieme a questi ragazzi speciali, uno più bravo dell'altro, evidentemente contentissimi di prendere parte al film. Mi sono buttato alla ricerca di immagini, credo di essere stato molto fortunato nel trovarne, e lascio la parola a Peppe e Andrea, che in un'intervista raccontano il loro film molto meglio di quello che posso fare io. La frase di Oscar Wilde la dice Vinicio Capossela all'inizio del film e compare nel magnifico finale, sullo schermo bianco, dopo che sono scomparsi sia il mare sia il cielo col gabbiano.


INTERVISTA AI REGISTI DEL FILM
Su
RADIOCITYLIGHT

Eccoci finalmente a colloquio con i due registi del film “Cercando di farcela”: Peppe Barbera e Andrea Nataloni. Innanzitutto diamo l’annuncio che il film è terminato e pronto. La prima è prevista il 19 dicembre 2009 presso il Cine-Teatro Conti.

Raccontateci, per iniziare, la storia del film.
PEPPE: Spieghiamo, intanto, che il nostro è un mediometraggio in quanto ha la durata di circa 35 minuti. E’ in bianco e nero e muto. Ambientato intorno agli anni ‘20 del Novecento. Abbiamo realizzato un omaggio ai film dell’epoca ed al Grande Cinema di Buster Keaton e Chaplin. La nostra è un’opera, speriamo, “malincomica”; nel senso che oltre ad avere una struttura comica punta a far commuovere e riflettere. Ci speriamo.
ANDREA: La storia che raccontiamo nella pellicola narra delle vicende di un mimo ed un clochard. Di due disperati che tentano di farcela e che ad un certo punto diventano amici uniti dalla stessa sorte e dagli stessi sogni.
PEPPE: Come già detto è una storia con un’ambientazione retrò, ma in verità, è solo un pretesto per parlare dell’attualità. E’ una metafora.Ciò che capita ai due protagonisti, ovvero venire perseguitati dal sistema perchè colpevoli di essere liberi e sognatori, è ciò che sta succedendo in questa società dove, appunto, si cacciano via e si multano i senzatetto perchè “disturbano il decoro urbano”. In questo piccolo film parliamo degli ultimi, di emarginazione, dell’arroganza del potere, della bellezza che c’è nel rifiutare le regole. Del fascino dei sogni.

Ecco, questo aspetto del Sogno inteso come miraggio possibile, come meta, come motivo dominante dell’esistenza è un punto su cui avete insistito sin dall’inizio del film…
PEPPE: Si, l’elemento “Sogno”, si può dire, è stato il filo conduttore del nostro lavoro perchè volevamo fare un racconto che fosse un inno al Sogno. Perchè occorre custodirli i sogni, nonostante tutto. Perchè, come direbbe Jannacci, “la vita vive tra mosche e gelsomini” ma “un sogno è un sogno però è un sogno…”

Come avete organizzato questo lavoro durato un anno?
ANDREA: Per prima cosa ci siamo divisi i ruoli per competenze. Peppe ha scritto il soggetto e la sceneggiatura ed ha curato assieme a me la regia. Io ho fatto le riprese ed eseguito il montaggio. Ci siamo trovati bene anche perchè abbiamo le stesse idee estetiche, ci piacciono le stesse inquadrature.
PEPPE: Abbiamo gestito, in questo anno, un percorso a tappe. Dopo aver terminato la sceneggiatura ci siamo confrontati coi ragazzi dell’Anffas e futuri attori. Abbiamo mostrato loro il funzionamento della telecamera e di altri strumenti del cinema: dal ciak ai fari ed ai pannelli di polistirolo per le luci.
ANDREA: Poi abbiamo fatto numerosi provini coi ragazzi per assegnare ad ognuno il ruolo più consono e, dopo ciò, abbiamo realizzato lo storyboard pianificando, tramite disegni, tutte le inquadrature, scena per scena, che avremmo usato. Successivamente abbiamo dato inizio alle riprese. Infine c’è stato il montaggio.

Parliamo degli attori: come si sono comportati?
PEPPE: Prima di tutto vorrei dire che è stata una splendida esperienza lavorare coi ragazzi. Quello di cui vado fiero è l’atmosfera che s’è creata durante le riprese. C’è sempre stata molta allegria. Ci siamo tutti divertiti. Porterò questo ricordo bellissimo ovunque con me.
ANDREA: Lo stesso vale per me. Volevo aggiungere che tutti hanno recitato molto bene, Sia i ragazzi che le operatrici e gli operatori e gli amici che si sono prestati. Tutti si sono fatti dirigere con disciplina ed entusiasmo. I ragazzi si sono, tra l’altro, calati nelle parti in modo strepitoso. D’altronde anni di preparazione col teatro li hanno formati bene.

Vi ritenete soddisfatti del lavoro finale?
PEPPE: Solitamente non sono soddisfatto delle cose artistiche che realizzo, ma abbiamo raggiunto un buon livello qualitativo. Adoro questo piccolo film e spero di aver contribuito a renderlo poetico. C’ho messo le mie emozioni e le mie visioni. E spero di aver ripagato chi ha avuto fiducia in me.
ANDREA: Siamo grati dell’opportunità che c’è stata data e ci siamo impegnati un anno intero per lasciare un buon ricordo. Alla fine il nostro risultato credo sia migliore delle aspettative.

Il Trailer è qui

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Amelia 6 Jan 2010 2:14 PM (15 years ago)

Hilary/Amelia

Amelia /Amelia

Amelia, di Mira Nair (2009) con Hilary Swank (Amelia Earhart), Richard Gere (George Putnam), Ewan McGregor (Gene Vidal) Sceneggiatura di Ronald Bass, Anna Hamilton Phelan Fotografia: Stuart Dryburgh Musiche: Gabriel Yared (111 minuti) Rating IMDb 5.8

Roby

Malgrado i 139 post scritti finora per questo multiblog, non ho mai preteso o supposto di essere una cinefila, nè tantomeno una critica cinematografica. Sostanzialmente, sono una nostalgica dei vecchi film in bianco e nero, che spesso rincorro facendo zapping sulle tv locali; in seconda battuta, mi professo devota fan dell'immortale Sean (Connery... ma c'è davvero bisogno di aggiungere il cognome?); infine, nutro particolare piacere nell'esercitare, di quando in quando, la sottile arte della stroncatrix di pellicole a mio insindacabile giudizio particolarmente uggiose. E' questo il caso di Amelia, scelto -ahi noi tapini- da me e dal mio consorte per trascorrere uno degli ultimi pomeriggi di feste natalizie, ispirati anche dal nome della regista, l'indiana Mira Nair. Nessuno dei due, già adulti e vaccinati, si aspettava un capolavoro da leone d'oro: qui però, santo paradiso, non si arriva neppure al chihuahua di latta!!! Eppure, checcàvolo, la Swank era quasi spettacolare in Million dollar baby, e Gere in fondo è un bell'animale da palcoscenico. Forse non erano soddisfatti del cachet? Ebbene, quello sarebbe servito a noi, all'uscita del cinema... ma per il mal di testa!!!!

H/A

A/A

Tanto per cominciare, un consiglio: se proprio siete decisi a sprecare i vostri soldi nel biglietto d'ingresso, documentatevi prima, almeno a grandi linee, sulla storia dell'aviatrice americana che fra gli anni '20 e '30 del XX secolo, sulla scia delle imprese di Lindbergh, fu una pioniera del volo al femminile, divenendo un vero e proprio mito negli USA. Da noi, in realtà, sarebbe quasi sconosciuta, se non fosse per un paio di telefilm di fantascienza tipo Star Trek e Stargate, in cui il suo personaggio compare accanto a quelli dei fratelli Wright, di Gagarin e di Neil Armstrong. Sembra esser stata un tipino determinato fin da molto giovane, e pare che avesse ereditato la passione di volare dal padre: ma tutto questo, come spettatrice, ho dovuto praticamente indovinarlo, con uno sforzo d'immaginazione davvero notevole. Più tardi, mi ha lasciato interdetta la recensione letta sul sito internet del Corriere della Sera, che testualmente recita: il volto di Hilary Swank che si fa paesaggio, s'incanta e trema è il miglior emblema di questo film. Oddio -ho pensato sgomenta- ma allora io che film ho visto??? Perchè -ve lo giuro sulla testa dei fratelli Lumiére- sul viso della Swank (altrove molto espressiva) l'unico panorama che ho potuto scorgere è stato quello di una piatta, monotona, monocorde pianura appena appena increspata da un lieve sorriso, facilmente confondibile con l'inizio di una paresi facciale. La brava Hilary si è forse sottoposta di recente a chirurgia estetica o ad iniezioni di botulino, così potenti da congelarle l'espressione?

Hilary & Richard

Amelia & George (a sinistra)

Allo stesso modo, la regista lascia alla nostra intuizione scoprire cosa il maturo imprenditore George Putnam (Richard Gere che rifà il verso a sè stesso) abbia trovato di tanto irresistibile nella Earhart da sposarla. Al che segue un altro quesito irrisolto: quanto è ricambiato in questo sentimento dalla svolazzante fanciulla, pronta a gettarsi senza grandi remore tra le braccia dell'atletico Gene Vidal (un Ewan McGregor più insopportabile del solito, che entra ed esce dalla sceneggiatura come il personaggio di una pochade di Feydeau)? Il bacio galeotto fra i due avviene, in mancanza di un aereo a portata di mano, nella cabina di un ascensore -sempre di apparecchio in movimento si tratta!- alle spalle di un non si sa quanto ignaro lift in livrea. Da morir dal ridere, se non fosse che il film è già a metà, e che metà dei presenti in sala già si chiede perchè mai non ha speso i propri 7,5 euro in un dignitoso panettone, o nell'edizione economica di un classico di Agatha Christie. Sullo schermo le vicende personali di Amelia, dei suoi uomini e delle sue prodezze aeree si susseguono uguali simmetriche e soporifere, vivacizzate solo dall'interposizione di foto e filmati d'epoca, da cui risalta l'inconfutabile somiglianza della protagonista con il suo originale. La vera Amelia Earhart, tutto sommato, negli spezzoni color seppia recita la parte di sè stessa con l'abilità di un'attrice consumata: non a caso riuscì a vendere molto bene la sua immagine, creando addirittura una linea di abbigliamento e accessori che portava il suo nome.

Hilary & Ewan

Amelia & Harpo Marx

Personaggio meno romantico di quanto la sua leggenda voglia far credere, non fu in verità la grande aviatrice che la propaganda descriveva, ma resta comunque un simbolo in anni in cui l'apparecchiatura più complessa affidata a una donna era di solito il ferro da stiro. Potevano regista e produzione trattarla con maggiore attenzione? Poteva Hilary Swank mostrare un po' meno i suoi incisivi e un po' più il suo cuore? Probabilmente sì. Acrobazie su precari biplani, trasvolate oceaniche in compagnia di copiloti ubriaconi, vedute mozzafiato della savana stile La mia Africa non bastano a catturare l'attenzione e a conquistare la partecipazione dello spettatore, che resta sostanzialmente estraneo e indifferente all'intera vicenda, per lo meno sino ad un quarto d'ora circa dalla fine. Qui -ispirazione tardiva degli sceneggiatori? rinsavimento in extremis della Nair? scollamento dei punti applicati dal chirurgo sugli zigomi della Swank? elettrochoc praticato opportunamente a Gere?- finalmente è possibile assistere a quasi dieci minuti di cinema decente, che lasciano tuttavia l'amaro in bocca, non tanto pensando al tragico epilogo (Amelia Earhart scomparve misteriosamente in mare nel 1937 mentre tentava il giro del mondo a bordo dell'aereo Elektra) quanto riflettendo su come l'opera sarebbe riuscita con un minimo di cura in più. E -forse- con un'interprete meno somigliante fisicamente ma più calata professionalmente ed emotivamente nella parte.



NB: andare a caccia in rete delle foto della vera Amelia (di cui ho qui pubblicato solo una piccola scelta) è stato di gran lunga più appassionante dell'intera visione del film. Provate, e mi darete ragione!

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Visitatori nel 2009 3 Jan 2010 10:00 AM (15 years ago)

Sara Paxton nel film "Aquamarine" (2006) di Elisabeth Allen

Solimano

Approfitto per la prima volta della possibilità che mi fornisce il contatore ShinyStat PRO di ottenere una evidenza che riguardi tutto l'anno solare. I dati che inserirò sono verificabili sul contatore che è aperto per tutte le funzioni che ShinyStat autorizza ad aprire. I diciotto post che come esempio inserisco qui hanno un tempo si permanenza medio superiore al minuto, salvo il primo, che ha un tempo medio di permanenza di 52 secondi (non poco, comunque). Ma Le sirene nel cinema di Laura è di gran lunga il post più richiesto del blog: 26.709 richieste in un anno, il 5.63% delle richieste del blog. L'immagine che inserisco qui sopra è tratta dal film Aquamarine (2006) di Elisabeth Allen e l'attrice è Sara Paxton.
Laura ha scritto nel blog 16 post, tutti apprezzati, poi priorità di lavoro e di vita personale e familiare l'hanno portata altrove. Mi piacerebbe che prima o poi ritrovasse il tempo per scrivere qui.
Nell'elenco che segue, quando non compare il nome dell'autore del post, significa che sono io.

Il post Romeo e Giulietta: la scena del balcone ha avuto 2053 richieste e l'ha scritto Roby. Qui sopra inserisco un'immagine tratta dal film Romeo and Juliet (1936) di George Cukor. Gli interpreti sono Norma Shearer e Leslie Howard.

Il post Inkheart - La leggenda di cuore ha avuto 1850 richieste e l'ha scritto Annarita. L'ottimo risultato è stato aiutato anche da ricerche su un grande scrittore italiano, Beppe Fenoglio, che è un personaggio del film.

Il post I triangoli nel cinema: Bianco, rosso e Verdone ha avuto 1710 richieste. Il merito è soprattutto di Irina Sampiter, la povera Magda del film, che nell'immagine, seduta nella toilette di una stazione di servizio, dice per l'ennesima volta: "Non ne posso più!"

Il post Il cacciatore di aquiloni ha avuto 1164 richieste e l'ha scritto Giulia, che ha nel blog ben 46 post e che spero continui a scriverne.

Il post Luna di fiele ha avuto 846 richieste. Nell'immagine, la protagonista del film: Emmanuelle Seigner.

Il post La cappella di Santa Cecilia a Bologna ha avuto 832 richieste ed è di Nicola (mazapegul in Stanze all'aria). Nicola sarà il primo a meravigliarsi di un risultato del genere, ma è bene riflettere sul fatto che al blog arrivano molte richieste riguardanti la pittura, la musica, la letteratura. Volevamo che fosse un posto colto e popolare, popolare e colto e talvolta ci siamo riusciti. Colto non significa pochi siamo meglio stiamo, popolare non significa compiacenza becera. Nell'immagine, un particolare di un affresco di Amico Aspertini nella cappella di Santa Cecilia.

Il post Emanuele Luzzati: figure incrociate ha avuto 816 richieste. E' un post inserito il 19 agosto 2009, quindi ha avuto a disposizione poco più di quattro mesi.

Il post Gli oggetti nel cinema: lo specchio (1) ha avuto 739 richieste. Nell'immagine, Claudia Cardinale e Jean-Paul Belmondo nel film "La viaccia" (1961) di Mauro Bolognini.

Il post I luoghi nel cinema: L'oro di Napoli ha avuto 669 richieste. Il luogo è naturalmente Napoli, che in fondo è il personaggio principale del film. In tutte le immagini compaiono episodi del film, non c'è alcuna immagine panoramica o turistica. E' un film su cui ho scritto sei post, faticavo ad uscirne (complice la mia predilezione per Vittorio De Sica).

Il post La pittura nel cinema: Prendimi l'anima ha avuto 646 richieste. Un eposodio del film si svolge in una mostra di quadri di Klimt, dove si incontrano Gustav Jung e Sabine Spielrein.

Il post Le coppie nel cinema: Zardoz ha avuto 633 richieste. La coppia Sean Connery - Charlotte Rampling è impagabile (l'immagine è una foto di set), ma molte richieste sono arrivate anche per Sara Kestelman.

Il post I peccati di gola di Quino ha avuto 606 richieste. Il post è stato inserito il 20 giugno 2009, quindi vale un discorso analogo a quello fatto per Emanuele Luzzati.

Il post Nella valle di Elah di Paul Haggis ha avuto 602 richieste ed è di Giulia. Come si vede, anche film molto impegnativi come questo hanno avuto un ottimo risultato di visite e di lettura.

Il post Le onde del destino ha avuto 595 visite ed è di Silvia. Nell'immagine Emma Watson, la protagonista, guarda con rapimento il marito nel giorno del matrimonio.

Il post Tutte le mattine del mondo ha avuto 559 visite ed è di Gabrilu. Anche qui, come nel caso di Nicola, un risultato al di là di ogni previsione. Un film di alto livello culturale e musicale, eppure il post è stato molto cercato e letto. Di Gabrilu ci sono nel blog 25 ottimi post.

Il post Gli animali nel cinema: Tre passi dal delirio ha avuto anch'esso 559 visite. Gli animali sono soprattutto i cavalli, ma anche un ghepardo e un pappagallo. Però il contributo maggiore l'ha dato certamente Jane Fonda, come si vede nell'immagine.

Chiudo con il post Ritratti di signora: Brigitte Fossey che ha avuto 538 visite. Il post non si basa sui film che l'ottima attrice Brigitte Fossey ha fatto da grande, ma sul film "Jeux interdits" (1952) di René Clément, che Brigitte Fossey fece da bambina. Una signora di sei anni.

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Ritratti di signore: Catherine Deneuve 31 Dec 2009 10:00 AM (15 years ago)

Catherine Deneuve (Séverine) in "Belle de jour" (1967)

Belle de jour di Luis Buñuel (1967) Racconto di Joseph Kessel, Sceneggiatura di Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière Con Catherine Deneuve (Séverine Serizy / Belle de Jour), Jean Sorel (Pierre Serizy), Michel Piccoli (Henri Husson), Geneviève Page (Madame Anais), Pierre Clémenti (Marcel), Françoise Fabian (Charlotte), Macha Méril (Renée), Muni (Pallas), Maria Latour (Mathilde), Michel Charrel, Claude Cerval, Iska Khan, Bernard Musson, Marcel Charvey, François Maistre, Francisco Rabal (Hyppolite), Georges Marchal (il duca), Francis Blanche Fotografia: Sacha Verny (101 minuti) Rating IMDb: 7.8

Solimano

Il film "Bella di giorno" di Luis Buñuel (1967) racconta la storia di Séverine Serizy (Catherine Deneuve), una donna di ventitre anni, ma oltre che la storia, racconta le fantasie, i sogni, gli incubi di Séverine. Lo fa, come se fra storia e fantasia non ci fosse alcuna soluzione di continuità. Non c'è separatezza, è un tutt'uno in cui a volte è difficile distinguere, però senza nessuna sensazione di ambiguità oscura, di indeterminatezza. Anche il gioco del prima e poi, i cosiddetti flashback, è condotto con tale vigore visivo e di racconto che quasi non si nota, come se tutto si svolgesse in un unico tempo lineare, non ciclico, una linearità in cui il prima e poi sparisce. L'ironia, il grottesco, persino l'umorismo consentono di mantenere il film - e di conseguenza noi che lo guardiamo - in una situazione di distacco coinvolto, per cui alla fine ci chiediamo: "E se tutto il film non fosse che un sogno, più vero del vero?" Il finale rafforza questa sensazione, un finale chiarissimo, ma aperto. Un punto interrogativo che di per sé costituisce la risposta.


All'inizio del film, Séverine è in carrozza col marito Pierre Serizy (Jean Sorel), un medico di successo, che è innamorato di lei. I due sembrano filare il perfetto amore, belli, giovani, ricchi e innamorati, ma non è così, perché Séverine non è disponibile a rapporti sessuali. Qui interviene la prima fantasia: Pierre punisce Séverine facendola frustare con le mani legate dai due cocchieri. Séverine gode dell'essere poi baciata sulle spalle nude da uno dei due.


Nella bella casa in cui vivono, Séverine e Pierre sembrano felici, si accarezzano, ma Séverine dice a Pierre di aspettare, non è ancora pronta a fare l'amore con lui. Un amico di famiglia, Henry Husson (Michel Piccoli), fa la corte a Séverine, pur essendo l'amante della migliore amica di lei, Renée (Macha Méril). Da Renée Séverine apprende che una loro comune amica ogni giorno frequenta una casa di appuntamenti. Séverine rimane scandalizzata. A casa, trova un mazzo di rose rosse inviatele da Husson. Indispettita, sposta il vaso contenente le rose, ma il vaso le cade per terra. La stessa cosa le capita in bagno con una boccetta di profumo: "Cosa mi succede oggi?" si chiede Séverine.


Séverine apprende per caso da Husson l'indirizzo di un postribolo: "Madame Anais, Cité Jean de Saumur, 11". Husson le chiede un appuntamento a cui non sia presente Pierre, ma Séverine rifiuta. Poco dopo, si presenta a Madame Anais (Geneviève Page). Si mettono d'accordo: Séverine si chiamerà Belle de jour e sarà presente solo dalle due alle cinque del pomeriggio. Fra Anais e Séverine c'è un'attrazione omosessuale evidente, anche se non perseguita. Col primo cliente Séverine sta sulle sue, non è ancora abituata.



Non è che ci siano tante discussioni, Anais e il cliente vanno per le spicce, e Séverine è costretta a fare quello per cui è venuta nel bordello di Madame Anais. Alla fine, è soddisfatta: più grossolani sono i clienti meglio è. Debbono essere l'opposto della gentilezza di suo marito Pierre. Tornata nella sua bella casa, Séverine brucia nel camino gli indumenti intimi che indossava quel pomeriggio. Fantasticherà poi di essere biancovestita e legata, con Pierre e Husson che la cospargono di getti di letame.



Ci vuole del tempo ad acquisire professionalità in ogni mestiere. Così Séverine viene rifiutata dal ginecologo masochista perché non fa bene la propria parte. L'esperta Madame Anais decide che col ginecologo ci vada un'altra ragazza e che Séverine possa sbirciare attraverso uno spioncino. Séverine impara con diligenza e la vediamo molto più sciolta con un cliente orientale che mostra i muscoli ed è arrivato con un simpatico carillon.


Un'altra fantasia di Séverine è di essere condotta nel palazzo-castello di un duca (Georges Marchal). Qui deve fare la parte della vergine-nuda-velata in una bara. Tutto sembra andare per il meglio, ma alla fine il maggiordomo la scaccerà sotto la pioggia.




Un giorno, da Madame Anais capita un cliente che da tempo non veniva. Si tratta di Hyppolite (Francisco Rabal) un gangster che ha il vezzo di scegliere fra le ragazze vedendole tutte insieme. Vorrebbe scegliere Belle de jour, che non ha mai visto prima. Ma è venuto in compagnia con un altro gangster, più giovane di lui, un suo amico-allievo. Si tratta di Marcel (Pierre Clementi) che chiede senza mezzi termini di essere lui ad andare con Belle de jour. Hyppolite gliela cede e nulla sembrerebbe più strano di un rapporto fra una signora come Séverine e un delinquente rozzo, zoppo, violento, sdentato e pieno di cicatrici come Marcel. Eppure il rapporto funziona, in un certo modo i due si innamorano reciprocamente. Marcel viola le regole perché vuole Séverine tutta per sé, vuole entrare nella sua vita fuori di lì: dove abita, con chi sta. Séverine cerca di sottrarsi: sparisce dalla casa di Madame Anais e fa un viaggio al mare col marito. Marcel quasi impazzisce, la cerca dappertutto. Finalmente Séverine torna, Marcel la percuote, ma tutto sembra tornare come prima, anche se Marcel continua a voler penetrare nella vita della ricca signora.


Arriva Husson, da Madame Anais. Husson, che voleva diventare l'amante di Séverine e che è stato respinto. Séverine cerca di non farsi vedere voltandosi verso il muro, ma infine Husson la scorge. Adesso è lui il più forte, può raccontare tutto a Pierre in qualsiasi momento. Quindi, Séverine sparisce. Sa di essere ricattabile e non va più da Madame Anais, che è priva del suo indirizzo. In una fantasia, vede il duello alla pistola fra Pierre e Husson in cui è lei ad essere colpita.


L'ssossionato e ossessionante Marcel non molla, riesce a sapere dove abita Séverine ed entra in casa sua. Vuol sapere chi è l'uomo con cui sta Séverine, che a stento riesce a farlo uscire di casa. Marcel si nasconde per strada, aspetta che arrivi Pierre e gli spara tre colpi di pistola. Poi fugge, inseguito dalle auto della polizia. Sarà colpito a morte alcune strade più in là.


Finalmente Séverine è tranquilla. Assiste giorno e notte Pierre, paralizzato e semicieco, che non sa perché quello sconosciuto gangster gli abbia sparato. Un giorno da loro si presenta Husson e dice a Séverine che svelerà la verità a Pierre, così non si sentirà in colpa di essere assistito continuamente da lei. Quando Husson esce dopo aver parlato con Pierre, Séverine va da Pierre e lo trova morto in poltrona. Finisce così?



Non è detto: Séverine lavora al tombolo e compare Pierre in vestaglia, completamente ristabilito. Séverine e Pierre brindano insieme. Alla fine del film compare la carrozza, quella dell'inizio. Ci sono i sue cocchieri, si sente il suono delle sonagliere, ma la carrozza è vuota.


Catherine Dorléac, figlia dell'attore Maurice Dorléac e dell'attrice Renée Deneuve, nasce nel 1943 a Parigi. Debutta nel cinema con "Les collégiennes" (1957) di André Hunebelle. Anche sua sorella Françoise, maggiore di un anno, diviene un'attrice famosa, ma perde la vita nel 1967 in un incidente d'auto.
Il successo arriva a Catherine con "Les Parapluies de Cherbourg" (1964) di Jacques Demy, con "Repulsion" (1965) di Roman Polanski e con "Bella di giorno" (1967) di Luis Buñuel.

Ha vinto il César come migliore attrice due volte: nel 1981 con "Le dernier métro" di François Truffaut e nel 1992 con "Indochine" di Régis Wargnier.
Nel 1963 nasce il figlio Christian, dalla relazione con Roger Vadim, nel 1972 la figlia Chiara, dalla relazione con Marcello Mastroianni.
Un matrimonio (durato dal 1965 al 1972), col fotografo David Bailey.
E' stata presidente della giuria della 63a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2006).
IMDb le attribuisce ad oggi 108 titoli, qui sotto inserisco, in ordine cronologico, immagini da 17 di questi film:

"Le vice et la vertu" (1963) di Roger Vadim

"Les parapluies de Cherbourg" (1964) di Jacques Demy

"Repulsion" (1965) di Roman Polanski

"La vie de château" (1966) di Jean-Paul Rappeneau

"Les demoiselles de Rochefort" (1967) di Jacques Demy

"La sirène du Mississipi" (1969) di François Truffaut

"Tristana" (1970) di Luis Buñuel

"Peau d'âne" (1970) di Jacques Demy

"Touche pas à la femme blanche" (1974) di Marco Ferreri

"Le dernier métro" (1980) di François Truffaut

"Le choix des armes" (1981) di Alain Corneau

"Speriamo che sia femmina" (1986) di Mario Monicelli

"Le temps retrouvé" (1999) di Raoul Ruiz

"Dancer in the Dark" (2000) di Lars von Trier

"8 femmes" (2002) di François Ozon

"Palais royal!" (2005) di Valérie Lemercier

"Après lui" (2007) di Gaël Morel

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Un milione per Abbracci&popcorn 25 Dec 2009 4:25 AM (15 years ago)



Roby

Questa è l’ultima avventura
del signor Bonaventura
che diventa –lo vedete-
testimonial della
rete.

L’occasione è da primato:
Solimano l’ha ingaggiato,
mentre a Roby va la parte
di ghost writer fatta ad arte.

Oggi in versi è celebrata
una cifra esagerata:
stanno sotto i riflettori
UN MILIONE di lettori!!!

Navigando in internèt
giungon tutti a questo set,
fans di Germi e di Fellini,
di De Sica e Rossellini.

Impazziti per la Lollo
corron qui a rotta di collo,
mentre gli ùltras di Sofia
già ne han fatto una manìa.

Schiere di navigatrici,
di Marcello ammiratrici,
veleggiando in questo porto
leggon post con gran trasporto.

Nonne, mamme, figlie e zie
per James Bond fanno follìe
e sul desktop –copia e incolla-
di lui mettono una folla.

Gli studiosi più esigenti
hanno di che star contenti:
di pellicole d’essai
chi ne vuole, qua ce n’è!

Telefilm, telenovelle,
qui trovate le più belle,
commentate con sapienza
da una squadra di gran scienza.

Qui si pensa, si riflette
e ciascun del suo ci mette
per sfornare tutt’un botto
questa perla di prodotto.

Chi, se non Bonaventura,
in codesta congiuntura
potevamo scomodare
per l’evento celebrare?

Quindi adesso il nostro amico,
con inchino all’uso antico,
ti ringrazia con calore,
MILIONESIMO lettore!!!!




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La pittura nel cinema: Giulietta e Romeo (3) 20 Dec 2009 12:00 PM (15 years ago)

Susan Shentall (Giulietta)

Giulietta e Romeo (1954) di Renato Castellani Da "Romeo and Juliet" di William Shakespeare, Adattamento di Renato Castellani Con Laurence Harvey (Romeo), Susan Shentall (Giulietta), Flora Robson (La Nutrice), Norman Wooland (Paride), Mervyn Johns (Frate Lorenzo), John Gielgud (Il Coro), Bill Travers (Benvolio) Sebastian Cabot (Capuleti), Lydia Sherwood (Madonna Capuleti), Ubaldo Zollo (Mercuzio), Enzo Fiermonte (Tebaldo), Elio Vittorini (Principe di Verona), Giulio Garbinetto (Montecchi), Nietta Zocchi (Madonna Montecchi), Thomas Nicholls (Frate Giovanni), Mario Meniconi (Baldassarre), Pietro Capanna (Sansone), Luciano Bodi (Abramo), Dagmar Josipovitch (Rosalina) Musica: Roman Vlad Fotografia: Robert Krasker Costumi: Leonor Fini (138 minuti) Rating IMDb: 6.8

Solimano

Ho scritto qualche tempo fa due post sul film "Giulietta e Romeo" (1954) di Renato Castellani per la vista logica La pittura nel cinema. In quei post mi ero dedicato soprattutto alla individuazione di precise corrispondenze fra immagini del film e dipinti. Ora svolgo un lavoro diverso (anche se non del tutto): cogliere corrispondenze più generali, quindi osservare come le visioni pittoriche di alcuni pittori hanno in un certo senso permeato la realizzazione del film di Castellani, che durò sei anni. In questo post considero quattro pittori italiani del Quattrocento: Piero della Francesca, Mantegna, il Ghirlandaio e il Carpaccio.



Piero della Francesca: Salomone e la Regina di Saba
(particolari) c.1452 Chiesa di San Francesco, Arezzo

E' l'affresco di Piero della Francesca con Salomone e la Regina di Saba, pur nelle differenze rappresentative, ad ispirare Castellani, specialmente nella figura di Giulietta. La differenza è legata soprattutto al modo rappresentativo del cinema, lontano dall'impassibilità di Piero, ma il collegamento esiste, come si vede nelle due immagini sottostanti.


Nella prima immagine, Giulietta (Susan Shentall), che non ha ancora conosciuto Romeo, sta spiando con la madre e con la nutrice l'arrivo del Conte Paride (Norman Wooland), che chiederà di sposarla. Nella seconda immagine Giulietta si sta sposando con Romeo. I due si guardano attraverso una grata nel convento di Frate Lorenzo (Mervyn Johns), che officia il matrimonio.


Andrea Mantegna: La Corte di Mantova (particolari)
1471-74 Palazzo Ducale, Mantova

Negli affreschi di Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi o camera picta (comunque la si voglia chiamare) l'attenzione di Renato Castellani e di chi lo consiglia si rivolge soprattutto alla rappresentazione della Corte di Mantova, come si vede qui sotto nelle immagini di due scene diverse del film.


Nella prima immagine, all'inizio della festa in casa Capuleti, Tebaldo (Enzo Fiermonte) viene a sapere che alla festa è presente anche Romeo. Nella seconda immagine, Romeo (Laurence Harvey), che è stato condannato all'esilio dopo l'uccisione di Tebaldo, sta partendo per Mantova e saluta un appartenente alla famiglia Montecchi.

Domenico Ghirlandaio: Esequie di Santa Fina
1473-75 Collegiata, San Gimignano

Domenico Ghirlandaio: L'angelo appare a Zaccaria (particolare)
1486-90 Cappella Tornabuoni, Santa Maria Novella, Firenze

Domenico Ghirlandaio: Visitazione (particolare) 1486-90
Cappella Tornabuoni, Santa Maria Novella, Firenze

Domenico Ghirlandaio è ben presente a Renato Castellani. Il suo modo illustrativo è congeniale al suo modo di vedere. Come riferimento diretto, credo che si possa indicare l'immagine qui sotto, che è molto vicina alla rappresentazione delle donne che assistono alla Visitazione.

Tebaldo è stato ucciso da Romeo, e Giulietta sta lottando con la madre per riuscire a non sposare il conte Paride.

Vittore Carpaccio: L'arrivo degli ambasciatori inglesi (part)
1495-1500 Storie di Sant'Orsola Gallerie dell'Accademia, Venezia



Nel film di Renato Castellani, il processo dopo l'uccisione di Tebaldo, che ha come location il cortile del Palazzo Ducale di Venezia, richiama uno degli episodi delle Storie di Sant'Orsola di Vittore Carpaccio: l'arrivo degli ambasciatori inglesi.

Vittore Carpaccio: Il sogno di Sant'Orsola
1495-1500 Storie di Sant'Orsola Gallerie dell'Accademia, Venezia


Il sogno di Sat'Orsola viene richiamato nel film in modo singolare: l'inviato a Mantova di Frate Lorenzo si trova di fronte ad un malato di peste e quindi non potrà tornare in tempo a Verona.

Vittore Carpaccio: La visione di Sant'Agostino(part)
1502 Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, Venezia

La cella monacale in cui si svolge la visione di Sant'Agostino del Carpaccio ispira la cella di Frate Lorenzo nel film di Castellani.

Vittore Carpaccio: Madonna leggente 78x51 cm
1505-10 National Gallery of Art, Washington

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