Grazie a chi segue queste pagine da anni. Su questo blog abbiamo versato in tante e anche tanti, fiumi di inchiostro e passione. Per chi farà le tesi, consultare questo blog sarà molto utile, c’è tanto materiale.
Abbiamo iniziato dopo l’uscita del documentario e del libro “Il Corpo delle Donne” e su queste pagine ci siamo confrontate e ci siamo reciprocamente arricchite.
Poi col tempo è diventato necessario trattare anche temi di altra natura, non sempre inerenti al tema del Corpo delle Donne.
E dunque abbiamo pensato di dare avvio ad un sito che potesse comprendere tutto ciò di cui trattiamo, dalle donne, all’educazione dei ragazzi e ragazze, alla politica.
E’ nato allora http://www.lorellazanardo.it/blog/
Vi aspetto nelle nostre nuove pagine, con la passione di sempre.
Questo blog non scompare, resterà a disposizione per consultazioni e per ricerche.
Grazie per questi anni, ci attende ora un nuovo cammino.
ATTENZIONE: QUESTA PAGINA E’ UN’ILLUSIONE OTTICA, NON ESISTE.
(NONUNADIMENO: La RIMOZIONE del lavoro delle ALTRE DONNE come PRATICA FEMMINISTA)
Avete in mente quei folli che negano i campi di concentramento? O le e foibe? Quelli che dicono che gli ebrei non sono stati uccisi e i forni non ci sono stati, nonostante le testimonianze e le foto e i video?
Ecco, le organizzatrici, almeno alcune, della manifestazione NONUNADIMENO applicano la stessa tecnica, negano l’evidenza per far combaciare ciò che loro ritengono femminismo con ciò che loro vogliono sia la reltà del femminismo in Italia.
Non mi piace.
Due post qui sotto, così potete voi stesse farvi un’idea, il report del tavolo di Lavoro sul”la narrazione della violenza nei media”, che si ė tenuto dopo la manifestazione NONUNADIMENO.
Il report- anonimo perchè così si vuole, i pensieri devono nascere da una collettività in questo modo a mio avviso ci si deresponsabilizza e non si sa con chi ci si deve relazionare -fa il punto su ciò che è stato detto durante l’incontro il giorno dopo la manifestazione contro la violenza alle donne e suggerisce siti e pagine utili ad approfondire il tema della rappresentazione di genere e sue connessioni con la violenza.
Con vostro stupore, mi avete scritto in tante io il report non l’avevo visto, non viene citato il lavoro de Il Corpo delle Donne cioè quel lavoro, piaccia o no è così, da cui la decodifica della rappresentazione della donna nei media parte in massa e raggiunge la gente.
Mica poco: uno spartiacque.
L’amnesia della redattrice del report è gravissima in quanto:
12 milioni di persone che l’hanno visto.
Migliaia di proiezioni pubbliche
Centinaia di interviste tv e stampa
Decine di presentazioni universitarie
Decine di tesi di laurea che lo citano, riportano, raccontano
E’ stato presentato in molti festival stranieri, anche a Mujeres En Foco, argentino da dove prende avvio la manifestazioen NonUna di Meno
Ma questo è solo l’inizio.
Dal documentario è nato un libro, corsi nelle scuole sul tema, centinaia di incontri con studentesse/i, migliaia di pagine Fb dove insegniamo a decodifcare le IMMAGINI di VIOLENZA.
Lo abbiamo fatto con l’Hate Speech Movement alla Fondazione Kennedy, lo abbiamo presentato al festival Mujeres que transforman el Mundo a Segovia.
Senza ombra di dubbio abbiamo noi qui di questa pagina innalzato il livello di consapevolezza sul tema in oggetto, ma ancora meglio, abbiamo portato temi di emancipazione tra le donne normali, quelle che non frequentano circoli e biblioteche doc.
Ora, mi è ormai chiaro che alle donne di questi circoli il mio FEMMINSIMO, che rivendico fortemente in qualità di FEMMINISTA, non piace. Troppo di nicchia loro, troppo popolare io. Va bene così: ognuna faccia ciò che sa far bene: io comunico bene alle masse, mi faccio comprendere da chi di diritti non sa moltissimo.
Solo che io rispetto il lavoro delle altre.
Le donne organizzatrici di NONUNADIMENO no.
Se è accettabile pensarla diversamente, non lo è rimuovere il lavoro da noi fatto da anni.
Nel report che trovate due post qui sotto, si citano come fonti blog e pagine FB anche di nicchia e non il lavoro enorme del CORPO DELLE DONNE. La gran parte degli obiettivi che si danno nel report per il futuro noi li abbiamo già resi concreti da anni.
Li portiamo nelle scuole, c’è un libro, un libro santiddio! “Senza CHiedere il Permesso” che questo insegna edito da Feltrinelli.
Che movimento è NONUNADIMENO?
Chi partecipa alle manifestazioni lo sa di come le organizzatrici agiscono?
Ho appoggiato la manifestazione nonostante avessi già avuto esperienza di comportamenti emarginatori, Se Non Ora quando docet per sempre.
Cio nonostante l ho appoggiata con forza.
Non solo: alcune organizzatrici mi hanno chiesto esplicitamente aiuto nel diffonderla perchè sarò pure troppo popolare ma fa molto comodo avere il nostro network a dispsizione, quasi 70mila persone su Fb e alcuni post che arrivano ad essere letti da 1 milione di persone ( che il Manifesto se li sogna).
I miei articoli, post tweet sono a testimonianza del mio totale appoggio.
Ora che NONUNADIMENO spieghi cosa si vuole da questo movimento perchè la pratica della cancellazione del lavoro delle altre è FASCISTA ( usando un linguaggio caro alle donne del movimento).
Gli obiettivi del movimento quali sono?
Le persone che partecipano alla manifestazione lo sanno dei vostri criteri di selezione?
Chi legge questa pagina, tante tante, sono state alla manifestazione e io ho consigliato di partecipare.
Come mai negate la loro esistenza?
Negando il nostro lavoro negate le donne che da anni hanno preso consapevolezza attraverso questo lavoro.
Essere diversi dovrebbe essere unaaricchezza, non lo affermate voi ?o vale solo se sei migrante?Spero di no, sarebbe l’ennesima retorica insopportabile.
Fate chiarezza: se applicate delle barriere all’entrata per chi può essere considerata degna di entrare nel movimento,dichiaratelo non fingendo inclusività per far numero alla manifestazione.
A molte, moltissime, la nicchia radicale che sputa sulle altre,che sono la maggioranza, non piace. Per niente. E’ pure perdente: inclusività dovrebbe essere la parola.
E’ inutile che citiate la women’s march americana! Lì’ sul palco c’era Madonna, e attrici di tutti i tipi, non solo radicali e di nicchia.
Per trasparenza ad ogni mia presentazione sulla rappresentazione delle donne nei media, ovunque si svolga nelle scuole o circoli o palazzetti o congressi, farò precedere il vostro report. Che la gente sappia che il nostro lavoro non esiste.
NOI che AMIAMO la GERMANIA.
Noi che ci siamo laureate/i in Letteratura Tedesca, che abbiamo letto “Der Mann ohne Eigenschaften” di Musil mentre il tempo scorreva lento, che abbiamo amato i Buddenbrook e appena Ryanair lo ha permesso, siamo corse a Travemunde per vedere dove Thomas andava al mare.
Noi che abbiamo pianto vedendo La Morte a Venezia, perchè il libro lo avevamo amato tantissimo e a 15 anni ci eravamo innamorate di Tazio.
Noi che siamo state in pellegrinaggio alla Montagna Incantata, a Davos, sperando fosse rimasto come nei nostri ricordi di adolescente.
Noi a cui Brecht ha insegnato la cittadinanza attiva, noi che siamo state a Berlino prima della caduta del Muro e siamo corse a Unter den Linden perchè la nostra vecchissima professoressa di tedesco aveva studiato lì prima della guerra e ancora piangeva raccontandone la bellezza. Noi che abbiamo tenuto tra le mani il Reise nach Italien di Goethe e lo abbiamo usato come guida per i nostri viaggi.
Noi che siamo andate felici a Trieste per visitare il castello di DUINO e rileggere lì Rilke.
Noi che studiavamo alla Ludwig Maxiliam Universitaet e mangiavamo in mensa, e non era buono, ma tanto ci piaceva vivere in Germania, che ce lo facevamo piacere.
Noi che in quegli anni a Monaco c’era un caffè che si chiamava Extrablatt e non era lontano da Turkenstrasse dove stavo in pensionato, e ogni tanto lì si sedeva Fassbinder e io mi emozionavo nell’ascoltarlo.
Noi che a 16 anni abbiamo passato l’estate in famiglia a Kassel, e si mangiava alle 6 di sera e tutto era nuovo, e Frau Kunsch faceva torte buonissime.E che poi siamo tornate decenni dopo per visitare Dokumenta e ci siamo emozionate fino alle lacrime.
Noi che seguivamo Botho Strauss dagli esordi, noi che sappiamo Die Bleichen Jahren, gli anni di piombo, a memoria, e volevamo essere come Margarethe Von Trotta.
Noi che a Darmstad abbiamo seguito il più bel corso di creatività della nostra vita.
Io che ho il mio migliore amico che insegna a Tuebingen e che al suo matrimonio ci ha invitati sul Neckar in barca e abbiamo riso come non mai.
Io che vado a Berlino ogni volta che posso e ho sognato spesso di trasferirmi a Charlottenburg.
Io, che nel finale del mio documentario Il Corpo delle Donne, ho voluto Pina Bausch e Kontakthof perchè riusciva a dire, meglio di me , ciò che era necessario comunicare.
Io, che amo la Germania come fossi tedesca e la cui cultura sta alla base della mia formazione, vedete:
io mi sento europea, profondamente europea.
E dunque amo e rispetto profondamente la Grecia.
E oggi sono dilaniata perché non posso assistere all’umiliazione di un Paese da parte di altri Paesi.
E non mi sento dalla Parte della Germania.
E non mi piace l’Europa che mi viene proposta. In particolar modo e anche dal Paese che ho amato moltissimo.
E spero di trovare, insieme, una soluzione.
(voi che mi leggete dalla Germania, me lo tradurreste pf? io non ho tempo ora. grazie mille)
Avete letto del femminicidio di Albenga immagino. Lui che la molestava, il giudice che aveva revocato il divieto di avvicinarsi alla donna.
Lui che tenta di violentarla davanti alla bambina di lei. Poi la massacra e la ammazza.
Un altro femminicidio che POTEVA ESSERE EVITATO.
ORA prendete COSCIENZA di un orrore PEGGIORE.
Giorni fa ho scritto che c’è bisogno di una Ministra Pari Opportunità brava e competente. E’ così evidente che è quasi una banalità dirlo. La pensano come me migliaia di altre donne che si occupano di donne.
Se andate a rileggere il post, vi accorgerete che diverse donne, alcune attive in politica, si sono scagliate contro questa, secondo loro, idiozia.
“Non c’è bisogno di una ministra PO” ha tuonato una. “Ci sono gia tante ministre donne”
Non commento, l’idiozia detta è spaventosa e mi chiedo come si fa a tenere queste donne in politica. Buttatele fuori.
Sarebbe come dire che domani io scrivo a Pinotti ministra della Difesa e le chiedo di occuparsi del delitto di Albenga.
Donne che sentono come onta la critica, da me non fatta, al Premier.Non disturbate il conduttore. Anche se lui non l’ha ordinato loro precedono i suoi desideri
E sapete cosa penso?
Che se una di loro spiegasse a Renzi perchè ci vuole una ministra Pari Opportunità, bene io credo, posso sbagliarmi ma lo credo, che forse lui accetterebbe.
Ma il problema l’ho gia raccontato nel libro “Il Corpo delle Donne.
Queste donne così insicure. Insicure e al contempo assetate di potere e consenso.
Sono cosi insicure da comportarsi come i cani che, per avere una carezza, portano le pantofole al padrone anche quando questo non le ha richieste.
Più cattive del peggior cattivo.
Feroci più del più feroce degli uomini.
Di questi uomini che nulla dicono per fermare la mostruosità dei femminicidi, pensiamo il peggio.
Ma queste donne che per servilismo , bisogno di approvazione, nutrimento del loro ego, negano l’emergenza femminicidio, non sono degne di comprensione né di pietà.
Sono la vergogna del nostro genere.
IL DELITTO di ALBENGA poteva essere evitato.
Ci vuole DETERMINAZIONE nel combattere il FEMMINICIDIO
Ma ci vuole ancor di più amore e rispetto per le DONNE.
Che Loredana Colucci riposi in pace. Che la sua bambina possa un giorno dimenticare.
Che Boschi Madia Pinotti e le altre MInistre si facciano carico di questa emergenza .
Che le donne senza consapevolezza di genere vengano sbattute fuori dalla politica. Velocemente.
Oggi è il Denim Day, la giornata istituita 15 anni fa dall’associazione Peace Over Violence in risposta alla sentenza della Cassazione che in Italia assolse un uomo dallo stupro di una ragazza perché indossava un paio di jeans. E in questa giornata lanciamo la sfida di pubblicare articoli con lo stesso titolo: Perché non ho denunciato. E cominciamo anche noi.
Perché non ho denunciato la violenza che mi coinvolgeva ? Perché volevo dimenticare? Perché avevo paura? Perché non volevo che diventasse cosa pubblica? Perché mi vergognavo, non volevo lo sapessero i miei, i figli/e, i parenti, le amiche?
Perché in fondo una sberla cosa vuoi che sia, un pugno..gli è sfuggito, un calcio…non lo farà più?
Capita a moltissime. E’ capitato anche a me.
Avete voglia di raccontare? Anche in anonimato. Serve a creare coscienza e consapevolezza. Serve alle ragazzine a pensare “Non è normale”
Serve.
L’iniziativa è promossa da un gruppo di blogger e giornaliste che invitano tutte le altre, giornaliste e blogger, a fare proprio il titolo e l’immagine di Anarkikka. E invita tutte le altre donne a raccontarsi rispondendo a: “Perché non ho denunciato?”
Loredana Lipperini Lipperatura
Nadia Somma su Il Fatto
Laura Betti su Il Manifesto
La 27 ora
http://vitadastreghe.blogspot.it
/2015/05/perchenonhodenunciato.html
Hanno già aderito Rita Bencivenga, Anarkikka
Se volete seguirci su Twitter: #PerchéNonHoDenunciato #DenimDay
Vado al Teatro Strehler di Milano, c’è Iaia Forte che mi piace assai. Ci porto figlio e figlia.
Entro e mi imbatto in una signora che cura WE WOMEN for EXPO. Ci siamo conosciute un anno fa, mi voleva conoscere per capire come collaborare. Le dissi che volentieri avrei dato una mano, ma non full time perchè facevo già molto nelle scuole.
Da quel giorno non ci siamo piu viste.
La signora vistosamente evita di incontrare il mio sguardo. Resto perplessa.
Mi avvicino e la saluto.
Si finge sorpresa mentre è evidentemente imbarazzata.
Le chiedo come va, le domanda della Conferenza che stanno preparando per il 9 luglio a cui nn sono stata invitata ma di cui molte mi chiedono. Glissa, fa la vaga.
Ci salutiamo, resto stupita.
Ieri prendo il treno per Roma. Incrocio una consigliera del PD che vedo poco ma con cui ho sempre avuto pochi ma cordiali rapporti.
FInge di non vedermi, la saluto.
Mi dice “vengo poi a salutarti” e non lo fa.
Resto stupita.
Scrivo alla Deputata facente funzione del Ministro PAri Opportunita le chiedo di incontrarla. Quando venne eletta Josefa Idem, 2 settimane dopo convocò associazioni e figure di riferimento del mondo delle donne: è il mestiere di una buona Ministra.
Invece la facente funzione non risponde e, dietro mia sollecitazione, mi fa rispondere da una portavoce in modo svogliato.
Perchè vi racconto tutto questo?
Crescendo si impara che non si può piacere a tutte e tutti. Se ottengo il rispetto dell’eurodeputata svedese Soraya Post non è detto che lo debba ottenere dalla deputata italiana Giovanna MArtelli.
Se sto collaborando a costruire con la Presidente norvegese Engivig la prossima Winconference a Roma dove porteremo 800 donne e più da decine di Paesi con ministre manager attiviste coinvolte, non è detto che questo debba interessare le signore di We Women for Expo ( anche se invece dovrebbe almeno un po’ interessarle).
Se la BBC Ard ZDF Orf e altre emittenti europee mi hanno intervistata e hanno ascoltato con rispetto reverenziale dei ns progetti scuole, non è detto che qs progetti debbano interessare la nostra RAI ( ma forse un po dovrebbe interessarla?)
Il tema è un altro.
E’ che di base se voi chiedeste alla Signora di Expo, alla consigliera PD o alla deputata Martelli cosa ho fatto loro, probabilmente farfuglierebbero sciocchezze, pinzillacchere, mezze frasi.
Non è successo nulla.
Veramente nulla.
Forse io non sono loro simpatica come a me tizia o caia possono non essere simpatiche.
Il problema è che in questi anni ho assistito a quello che è IL PROBLEMA che non fa agire noi donne : creare fratture, inventarsi divisioni, amplificare dettagli.
Lo vedo bene continuamente nella mia vita di relazione.
“Al convegno X non abbiamo invitato la Tale perchè Caia mi ha detto che avrebbe riferito…”
Se poi si indagasse sul perchè la Tale non ha avuto accesso al convegno e si chiedessero ragioni concrete, come dicevo, la risposta stenterebbe ad arrivare.
Perchè una vera ragione non c’è.
Su questo, spiace ricordarlo, sono piu bravi gli uomini.
Hanno un obbiettivo e si uniscono per raggiungere quell’ obbiettivo.
Se ne fregano se Tizio si veste male, Caio fa il manager, Sempronio gioca a calcio. Per QUELL’OBBIETTIVO STANNO UNITI.
Non vorrei scioccare le piu pure tra voi, ma è bene che sappiate che se si è invitate ad un seminario condotto da un certo femminismo radicale è bene vestirsi adeguate. E se c’è qualcuna che nega che sia così, sono pronta ad un dibattito dove porterò nomi ed aneddoti
Ci rido, ma nemmeno tanto.
Di base questo è il sintomo di una insicurezza misto a invidia misto a inesperienza, a gestire il potere, misto a ricordi ancestrali di quando venivamo scelte dal maschio alfa e le altre erano tutte potenziali nemiche.
Spiace ma in molti Paesi esteri il problema è meno sentito e le donne sono piu rilassate ma più di tutto più capaci di migliorare la loro situazione fissando un OBBIETTIVO, delineando una STRATEGIA e comportandosi di conseguenza.
E così si cambierebbe il mondo.
Grazie Giulia Montanelli x qs fantastica testimonianza.
“Per ragioni di lavoro, ogni anno a fine marzo mi trovo un paio di giorni a Parma, in occasione del MECSPE, la fiera della meccanica specializzata.
Seguo il MECSPE da almeno 4 anni e ho visto il polo fieristico di Parma crescere velocemente e raccogliere sempre più visitatori; la fiera della meccanica in particolare acquista ogni anno più importanza ed è un punto di incontro interessante per chi lavora nel settore manifatturiero.
Quest’anno in particolare ho avuto modo di visitare i diversi saloni di cui si compone in modo più approfondito e ne sono uscita con una serie di impressioni molto positive.
Anticipo che parlerò di impressioni e non di dati: i dati credo (spero) che mostreranno le sensazioni che ho avuto in un prossimo futuro; o magari no, se le potenzialità che ho intravisto imploderanno, come è possibile che sia; o magari no, perché i dati non saranno raccolti per guardare a quello che ha attirato la mia attenzione ma saranno rivolti ad altro. Sia chiaro insomma, che quello che racconterò di questa fiera è un filone di sensazioni che mi sono rimaste che non hanno la pretesa di uno studio sulle tendenze attuali.
I motivi che mi hanno subito colpito sono stati due:
il primo è stato quasi una reazione allergica: mi sono venute in mente tutte le voci di sventura che dicono che il lavoro, e in particolar modo l’industria, nel nostro paese sono morti. NO. Mi è proprio salito in gola un fortissimo NO. L’industria in Italia non è morta; attraversa certo un momento difficile e non c’è bisogno di scomodare le statistiche per raccontarlo. Ma esiste, esiste eccome! È solo che è, come da tradizione, un’industria piccola, spesso addirittura micro, capillare, spesso familiare. Si pensa all’industria e si pensa alla FIAT, ma i grandi gruppi in Italia sono le eccezioni, non la regola. Lo sappiamo bene, abbiamo tanto studiato la natura dei distretti produttivi, eppure tendiamo a dimenticarcene: sembra quasi che “piccolo” sia sinonimo di “scarso”. È una cosa che in un altro modo intravedo anch’io quando ricerco personale: il fatto che la nostra azienda sia così piccola la rende meno appetibile per chi cerca lavoro;
il secondo è stato una specie di apertura d’occhi rispetto a un altro luogo comune: quando si parla di made in Italy e della grande qualità propria del marchio Italia si pensa invariabilmente ai marchi del lusso, della moda o al massimo di eccellenza enogastronomica. E anche qui, NO. La qualità italiana che nell’immaginario collettivo è tutta lì, in realtà corre anche su altre piste. Ho visto industrie che producono componenti e impianti, robot e automazioni che vengono venduti in tutto il mondo e in tutto il mondo vengono richiesti perché sono qualitativamente superiori. Insomma, non è vero che la capacità italiana di produrre qualità si ferma all’estetica o al gusto. C’è di più, sono gli stereotipi che riducono tutto.
Poi, osservando in modo più accurato le persone, quello che mi ha impressionato lo ha fatto per una ragione diversa: mi ha impressionato la giovane età di chi esponeva agli stand; e mi ha profondamente colpito la grande presenza di donne.
La sensazione che ho avuto, chiedendo informazioni per ragioni di lavoro e scambiando qualche battuta amichevole con chi si trovava negli stand, è che stia avvenendo un grande ricambio generazionale. La quantità di piccole aziende che costituiscono la maggioranza del tessuto produttivo del nostro paese è fatta sta perdendo, per ragioni di età, la guida dei capostipiti. E stanno entrando i giovani, che hanno per la maggior parte intorno ai 30 anni. E non solo: stanno entrando in scena le donne! Ho visto una fiera piena di donne che non facevano le hostess o le interpreti: erano lì come espositrici, in qualità di titolari, di responsabili dell’ufficio vendite o dell’ufficio tecnico.
Personalmente, diciamo a naso, me lo spiego così: un po’ le figlie femmine finalmente studiano quanto e più dei figli maschi e sempre più scelgono materie scientifiche; si laureano ed entrano nel mercato del lavoro. Poi succede che entrate nel mercato del lavoro le ragazze scoprono che manca loro lo SPAZIO per le loro idee, intelligenze competenze. Il mercato del lavoro in Italia è talmente una fossa dei leoni per le donne che non è così difficile fare il passo di cominciare a ragionare sull’impresa di famiglia, dove si può dare e fare molto di più, e molto meglio. In contemporanea succede che le famiglie della mia generazione non sono più quelle di una volta: sono famiglie con meno figli e magari nessun figlio maschio. Una condizione che solo 30 anni fa avrebbe segnato il destino di una piccola azienda che non avrebbe avuto chi la portasse avanti. Adesso invece – e qui mi viene in mente una mia cara amica – capita che un uomo disperato alla nascita della terza figlia femmina si trovi a scommettere proprio sulle sue tre figlie perché possano traghettare l’azienda dal passato al futuro, impresa che si sta svolgendo con un successo che l’anziano capostipite non avrebbe mai osato nemmeno sperare.
È vero, tutte queste belle cose che ho raccontato sono solo sensazioni ed elucubrazioni mie a seguito di una fiera.
Ma anch’io ho una piccola azienda in Italia, proprio una piccola manifatturiera, i miei soci sono ben due ragazzi che non hanno ancora 30 anni e, in mezzo a tante difficoltà, stiamo ben cercando di innovare e crescere puntando su una qualità made in Italy.
Spero proprio che la mia più che una sensazione sia un’intuizione sugli sviluppi dei prossimi anni. E spero che possa essere magari un incoraggiamento ad avere un po’ meno paura. “
L’attivismo funziona. Lo racconto da 5 anni nelle scuole.Essere attiviste oggi significa informare attraverso la rete e incontrare le persone sul territorio per provocare i cambiamenti.
Abbiamo inziato questa pratica con il doc “Il Corpo delle Donne” e l’abbiamo proseguita con gli incontri di Educazione ai Media sul terrritorio, attraverso i quali abbiamo contribuito ad innalzare il livello di consapevolezza sugli stereotipi sesssiti che danneggiano profondamente la nostra autostima e la nostra realizzazione. A migliaia abbiamo protestato educatamente ma fermamente contro la cartellonistica che ci umilia: molte volte abbiamo avuto ascolto.
I cambiamenti possono partire solo dal basso: in seguito arriveranno le leggi a renderli duraturi ma se non dcomunichiamo il nostro parere e il nostro scontento, non attendiamoci che i cambiamenti avvengano.
Giorni fa sono stata invitata al lancio di una nuova campagna pubblicitiaria per l‘acqua Vitasnella, mi è stato chiesto di intervenire al dibattito.
La campagna è qui, guardiamola e analizziamola.
– buona notizia: c’è da essere contente/i del nostro lavoro, intendo di noi tutte/i: protestare come dicevamo serve. Saatchi and Saatchi, l’agenzia di pubblicità, ha evidentemente ascoltato le giovani donne sul web anche probabilmente attraverso ricerche ad hoc: la ragazza selezionata per il video è certamente carina ma non rispecchia i terrificanti canoni imposti dai media negli ultimi anni: ha un fisico di struttura nella norma, non è eccessivamente magra né con seni finti enormi. E’ un cambiamento importante: viene proposto un corpo di giovane donna a figura intera, sapendo che verrà visto da milioni di persone comunicando in questo modo che “va bene così”. Per noi che qui ci occupiamo di analisi mediatica è un passo rilevante.
Sappiamo che per molte/i, giovani in particolare, ciò che i media comunicano detta legge. Il fatto che un corpo “fuori norma mediatica” venga proposto in modo positivo, è un segnale importante.
-stiamo assistendo ad un trend di cambiamento. In passato la linea DOVE e recentemente ALWAYS di Procter and Gamble avevano intrapreso un cammino di ribellione: il primo rifiutando photoshop il secondo proponendo che le ragazze nella pre-adolescenza sono libere e solo più avanti nella vita vengono “ingabbiate” in sterotipi umilianti e omogenizzanti.
-nella campagna Vitasnella intervniene un elemento nuovo: il giudizio verbalizzato da chi guarda. E’ un’esperienza devastante. Come sappiamo lo sguardo giudica e ingabbia: può essere l’occhiata di nostra madre sulle nostre cosce, quella di un’amica sui nostri seni piccoli, di un amico sul nostro sedere. Il giudizio verbale rafforza quello emanato dallo sguardo.
Qui viene reso palese ciò che accade sempre più spesso nella vita reale e che conduce all’oggettivizzazione dei corpi e quel che è più grave ancora all’autoggettivizzazione. Cioè siamo noi stesse ad introiettare “quegli sguardi” e a renderli ferocemente autogiudicanti.
Il fatto di averli qui estrinsecati porta tutte/i noi a riflettere su come i giudizi, non sempre espressi con malignità, possano ferire e pregiudicare la vita di molte. Contribuendo a costruire gabbie all’interno delle quali le ragazze sopravvivono.
-“ma è pur semrpe un’azienda che ha un fine mercantile.“Sì, un’azienda, buona che sia la sua campagna pubblcitaria, hau n fine mercantile, cioè vuole e deve vendere. Alla fine di questo bel video appare il marchio Vitasnella a ricordarci l’obbiettivo.
Una campanga pubblcitiaria così avrebbe dovuta essere prodotta da Istituzioni dalla parte delle citaddine/i, dal Ministero Pari Opportunità. Non è accaduto.
Considerando che le ricerche ci dicono che le /i giovani dsi identificano smerpe più nel brand cioè nel marchio, laicamente benvengano queste campagne pubblicitarie.
Noi continuiamo a vigilare e a lavorare perchè i nostri corpi, i corpi delle donne e ancor più delle ragazze, si esprimano liberi.
di Chiara Baldin
“L’egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi.
”Oscar Wilde
Nella mia parentesi australiana ho conosciuto tante persone e tante vite. Soprattutto ho vissuto diverse storie di donne. Posso anche dire: sulla mia pelle.
A Sydney, grande culla che raccoglie in sé le più svariate culture del mondo, si vive come mai ho vissuto. La multiculturalità, i colori dei quartieri, le lingue sparpagliate per strada danno la sensazione che il mondo sia veramente piccolo e tutto lì, compresso in poche centinaia di chilometri.
Nelle strade si vive abbastanza liberi da preconcetti. La gente non ti fissa attonita se sei a manina con una persona dello stesso sesso, né se baci sulla bocca una persona che ha la pelle di una tonalità diversa dalla tua. Si gira scalzi o trasvestiti da super eroi a qualunque ora del giorno. Si sorride e si saluta chi s’incontra per strada.
Per le vie di Sydney tutto sembra molto rilassato e in pace con l’universo.
Tuttavia anche qui le disparità e le ingiustizie esistono.
Non conosco a fondo la situazione femminile nella realtà sociale, lavorativa ed economica australiana. Non ho avuto occasione di approfondirne il tema perché il mio soggiorno qui è limitato. Tuttavia ne ho parlato spesso con l* mi* collegh* riscontrando opinioni molto contrastanti.
Dalla mia minuta e superficiale esperienza, posso dire che ho percepito qualche ingiustizia e subdola discriminazione nei sei mesi vissuti in una scuola privata di lingua inglese. Al college siamo la maggioranza (si reitera che l’educazione è fatta al femminile…). Dieci donne, cinque uomini. E, guarda caso, le posizioni più alte della gerarchia sono… di uomini! Inoltre la scuola ha alcune sedi sparse per l’Australia occidentale e, con stupore si può notare che vi si ritrova la stessa situazione. Coincidenze?
M. è una delle mie colleghe più vicine e intime. Ha ventinove anni e viene da Antalya: una città che, mi racconta, ha paesaggi speciali e grandiosi. La Turchia è una terra molto ospitale, allegra e gioviale. Ha alle spalle una storia occlusiva, conservatrice e poco aperta alla novità. M. mi mostra la sua carta d’identità in cui è ben evidenziata la religione professata: musulmana. E se laggiù non vuoi avere problemi di persecuzione o maldicenza, ti conviene dichiarare che sei amic* dell’Islam nel tuo documento.
M. tuttavia si dichiara liberale e si dissocia dalla società turca in molti aspetti.
Non crede nell’Islam e non usa jiab. È una donna moderna e molto bella.
Si è innamorata di un ragazzo Aussie (come si definiscono gli australiani) di Sydney. Si sono conosciuti ad Antalya qualche anno fa e dopo essersi sposati qui, M. ha deciso di cambiare totalmente la sua vita e trasferirsi da quest’altra parte dell’emisfero. Mi dice che è felice, che le piace questa vita. Vive in un quartiere a un’oretta dal centro: vicino a una laguna, si sveglia con il rumore degli opossum sul tetto e le cacatue che migrano. Un piccolo paradiso di cui va fiera.
Eppure nei suoi occhi castani truccatissimi di blu, non va tutto bene.
Spesso mi chiede in prestito qualche dollaro per comprarsi il pranzo. Non ha “cash” in tasca, solo la carta di credito che suo marito le permette di usare. Ogni mese D. il marito, le dà una “paghetta”. M. non può accedere al conto in banca che hanno in comune né gestire i suoi soldi; e quando è il giorno di ricevere il nostro stipendio, D. lo trasferisce subito nel conto risparmio. Le dice che devono risparmiare per il futuro e per futuri figli.
M. si è trovata molto male a lavoro. Non riesce a sopportare il nostro capo e altre pressioni che deve vivere ogni giorno. Ha deciso di rescindere il contratto con la scuola e se ne vuole andare. M. desidera trovare un lavoro part-time, avere un po’ di tempo per coltivare le sue passioni, come l’arte e la storia, e vuole riprendere a studiare: è interprete qualificata con quattro anni di esperienza all’ONU, tuttavia in Australia la sua laurea non è riconosciuta…
D. si è infuriato. Le ha detto che è una donna viziata, che ogni adulto deve lavorare full-time e non si può permettere di oziare tra le sue passioni. Che M. deve pensare ai figli futuri e che non è assolutamente giusto che lui debba sudare tutto il giorno mentre lei si fa i fatti suoi.
M. vuole rifarsi il seno. Dice che le piacerebbe averlo un po’ più grande. A me piace com’è, in realtà. D. glielo ha proibito. Non vuole che si trucchi, ma in questo M. vince: si stra-trucca perché le piace e si sente più bella.
Ad aprile M. e D. dovranno lasciare la casa vicino alla laguna perché scade il contratto. M. ha proposto di trasferirsi in un nuovo quartiere, giusto per cambiare aria e per avvicinarsi al centro di Sydney. D. si è di nuovo infuriato sbottando che non avrebbe cambiato la sua vita e non si sarebbe mosso di lì, dove tutta la sua famiglia e i suoi amici vivono, solo per soddisfare uno sfizio di M. …
M. accetta. A volte reagisce e cerca di affrontare D. Tuttavia accetta ogni suo comportamento con poca voglia di arrabbiarsi.
Dice che da quando mi conosce, si sta rendendo sempre più conto del sottile sessismo esistente dappertutto. Io, nella mia discrezione, le do la mia opinione e le esprimo sensazioni di disappunto.
So che per cambiare mentalità e reagire a simili ingiustizie, ci vuole molto coraggio e determinazione. Probabilmente l’amore che prova per D. è tanto grande da accettare anche queste discordanze.
Eppure a me turba. Mi preoccupa e m’intristisce.
Sto leggendo un libro che è diventato una delle mie bibbie e che mi sta letteralmente cambiando la vita: Emotional Intelligence. Daniel Goleman, autore e psicologo americano, parla di discriminazione e sostiene che il preconcetto come il razzismo sono radicati nella persona e nella società, dunque difficili da sradicare. Ciò che ognuno può fare invece è cambiare atteggiamento nei loro confronti. Reagire, smuovere, parlarne, strapparne il silenzio. È precisamente l’atteggiamento di chiudere gli occhi o incrociare le braccia che permette alla discriminazione di espandersi.
Quante storie simili ci circondano ogni giorno. Quante donne simili stanno zitte a questi spiacevoli comportamenti. E quante parlano o reagiscono.
Io vorrei veramente che ognuna di noi avesse il coraggio di ammettere le quotidiane ingiustizie come anche le innumerevoli conquiste.
Mi piacerebbe che insieme si riuscisse a vivere serene e senza paura. Mi piacerebbe che donne come M. vivessero il matrimonio come una parità di decisioni e scelte. Perché io sono convinta che il matrimonio sia equilibrio e linee condivise, non la prevalenza di una voce sopra un’altra. È solidarietà, complicità e sostegno. Non è egoismo né possessione. È un grande atto di amore e speranza.
Quando mi sono trasferita in Olanda, sette anni fa, mio nonno aveva 83 anni e faceva molta fatica a camminare già da un paio d’anni. L’uomo di forte tempra che era stato tutta la vita aveva lasciato il posto a un uomo anziano e in difficoltà. Ricordo come fosse ieri la sua riluttanza all’utilizzo del deambulatore (il carrellino, quello con le rotelle a cui ci si appoggia per aiutarsi nel camminare distribuendo meglio il peso su un appoggio). La riluttanza era dovuta in piccola parte alle difficoltà logistiche del caso: anche con il deambulatore non sarebbe andato lontano, tra marciapiedi impraticabili, automobili parcheggiate sulle strisce pedonali e mancanza di rampe; in buona parte era dovuta alla vergogna legata alla sua condizione di uomo anziano, cui le gambe non obbedivano più, bisognoso di un carrellino per muoversi.
Perché racconto questo?
Un po’ perché mi ha scosso l’articolo “Vietato Invecchiare” di Chiara Baldin di due settimane fa. Ho ancora una nonna e alcune prozie molto in là con gli anni e in grandi difficoltà tra la precarietà della loro salute e la difficoltà ad avere assistenza, purtroppo estremamente costosa e comunque insufficiente e – ohimè – inefficiente.
Un po’ perché mi è capitato un fatto che mi ha disgustato e che dà la misura di quanto degradata sia la situazione del nostro paese nella sua stessa umanità, misurata in questo caso dalla considerazione per la vecchiaia.
Frequento da diversi anni un gruppo di mamme in rete. Con alcune mi frequento anche nella vita reale, altre restano nel virtuale. Questo gruppo mi ha fatto tanta compagnia e mi è stato anche utile, visto che vivo in un paese che ha usi e costumi molto diversi dall’Italia per quanto riguarda i bambini. E poi è un gruppo di chiacchiere: c’è chi si trova per un caffè al bar, chi chiacchiera in rete.
Ebbene, qualche giorno fa una delle mie amiche virtuali ha raccontato di aver bisogno di comprare un abito da sera per un’occasione particolare: ha chiesto consigli e alla fine ne ha preso uno. Visto che l’acquisto di questo vestito è stato tema di cicaleggio per qualche giorno, le abbiamo chiesto una foto in cui lo indossasse, per vedere come stava su di lei. E lei ci ha inviato una foto in cui, a casa sua, compaiono in primo piano lei e il suo bambino di 2 anni che la guarda adorante, e sullo sfondo si vedono sua madre e sua nonna sedute sul divano che guardano la televisione. La nonna ha davanti a sé un deambulatore, identico a quello che aveva mio nonno qualche anno fa. Insomma, una normalissima scena familiare della domenica pomeriggio, che parla di famiglia riunita a pranzo e poi per il pomeriggio. A me è sembrata una bella foto.
Questa immagine ha generato un coro di commenti negativi, ma non per l’abito. I commenti negativi erano centrati sul fatto che la mamma e soprattutto la nonna con il suo deambulatore non si sarebbero dovute vedere.
Qualcuna l’ha messa giù in versione pietista: è lesivo della dignità della nonna mostrare la sua difficoltà a camminare.
Qualcuna l’ha messa giù senza mezzi termini: se devi farti una foto devi sceglierti uno sfondo “bello”, il che significa che non devi mostrare cose spiacevoli. In pratica, mostrare tua nonna in una foto è l’equivalente di fare una foto con uno sfondo sgradevole. Tua nonna che ha bisogno di un deambulatore per camminare è inadeguata; sarebbe bastato fare la foto in un’altra stanza o senza riprenderla e la foto sarebbe stata migliore.
E io ho ripensato a mio nonno e alla vergogna che provava. Vergogna che è tutta negli occhi di chi considera la vecchiaia come qualcosa da nascondere, da principio con trucchi da prestigiatore che vanno dai trattamenti estetici ai ritocchi chirurgici, e infine da cancellare dal mondo delle cose visibili.
Mi è rimasto un gran peso sul cuore da questi commenti, e una gran pena.
Vicino alla mia casa a Eindhoven c’è una casa di riposo. È molto diversa da quello che siamo abituati a vedere in Italia. È divisa in due parti: una parte è un residence e una è un collegio. Nella parte del residence ci sono piccoli appartamenti che hanno in comune solo la portineria e alcuni servizi legati alla salute (fisioterapista e medico di base), alcuni servizi di approvvigionamento con consegna a domicilio, un servizio taxi e altre cose utili. La parte che io definisco “collegio” è per persone più anziane e meno autonome, che a un certo punto decidono di ritirarsi in una stanza privata, ma di servirsi del refettorio e della lavanderia comuni. Infine, esiste un reparto protetto (e quindi chiuso) per i malati di Alzheimer e demenza. Davanti a questa casa di riposo c’è un piccolo parco giochi, che io frequento molto con i miei bambini, perché c’è un fornaio a un passo ed è comodo andarci in bicicletta o a piedi. Conosco di vista parecchie persone che abitano lì, le vedo andare e venire dal macellaio, dal panettiere o in giro per passeggiate. La suocera della tata della mia bambina era ricoverata lì e mia figlia è stata per due anni una visitatrice assidua di un gruppo di anziane signore che l’hanno straviziata.
Quando sono arrivata qui una delle cose che mi ha molto colpito è stato il modo in cui la società e i singoli si accostano la vecchiaia. Mi ha colpito scoprire che alcuni appartamenti fossero affittabili solo per persone sopra i 55 anni: sono appartamenti in condomini pensati per chi può avere più difficoltà a muoversi e ha bisogno di servizi particolari; chi concede in locazione a queste condizioni (i canoni sono calmierati) ha in cambio facilitazioni fiscali; ho scoperto che si possono chiedere, a seconda della propria condizione si salute, dell’età e della propria situazione economica, aiuti di tipo infermieristico e di servizio in casa, da parte delle stesse compagnie che gestiscono le kraamzorg (le infermiere che accompagnano nel puerperio, di cui avevo parlato qualche tempo fa); ho visto parchi che prevedono tra le panchine lo spazio per una carrozzina, piste ciclabili percorse da sedie a rotelle elettriche con tanto di targa e percorsi facilitati per permettere a tutti di accedere agli spazi e ai servizi pubblici.
E ho visto per le strade delle città olandesi tantissime persone anziane a passeggio con il deambulatore, senza che questo suscitasse le reazioni che ha suscitato nel mio gruppo di mamme italiane in rete una semplice foto.